Messaggio di fine anno 2020 e di inizio anno 2021 – Salvatore Martinez

Attualità

Cari amiche, cari amici che mi vedete e ascoltate,

Cari fratelli e sorelle del RnS,

ancora a tutti buon Natale di Gesù, certamente uno dei più poveri ed essenziali che la storia ricordi; dunque, potremmo dire, un Natale alla maniera di Gesù, che non ebbe bisogno del covid-19 per nascere povero, senza casa, senza confort, senza assistenza medica, senza quella dignità umana che molti di noi, in queste ore, sentono di avere perduto a causa della pandemia, o che forse non hanno mai veramente avuto.

Vi prego, qualunque sia la ragione che oggi ci rende tristi, delusi, preoccupati: non vanifichiamo questo Natale di Gesù, forse il più eloquente e credibile, il più vicino e provvidenziale che ci potesse capitare di vivere.

A conclusione di questo anno 2020, che storici e cronisti, politici e scienziati hanno descritto in ogni modo, riempendo le nostre teste e i nostri cuori di mille e mille sentimenti opposti e contrastanti, vorrei rendere manifeste le speranze di rinnovamento che ci animano e che ci conducono a varcare con fede, e fede carismatica, il nuovo anno 2021.

San Paolo VI un giorno così si espresse: “Come è vera, come è bella la nostra religione cristiana, che ci vuole sempre rinnovabili e rinnovati! Quale freschezza, quale vivacità, quale giovinezza di spirito ci è insegnata, anzi trasfusa dallo Spirito”.

Si, ogni anno, siamo chiamati ad essere “rinnovabili e rinnovati”, se rimarrà viva ed efficace in noi l’effusione dello Spirito. Questo è il primo e il più prezioso degli auguri che sento di rivolgere a Voi e ai Vostri cari.

Intanto si conclude l’anno 2020.

Questo nemico, il covid- 19, ci ha permesso di rimettere ordine nelle nostre vite, di farci ritrovare le vere priorità della nostra vita. Ci siamo sentiti come scarnificati; in tanti momenti abbiamo sentito la nostra fragilità, la nostra impotenza, la nostra inadeguatezza, come nella visione delle “ossa inaridite” descritta dal profeta Ezechiele: una valle in cui giacevano, in grande quantità, ossa tutte inaridite (cf Ez 37, 2).

Questa immagine, terribilmente viva, certamente tra tante altre che potremmo evocare, si è impressa a fuoco nei nostri occhi la sera del 18 marzo, quando 75 camion pieni di bare lasciavano la città di Bergamo; e che dire, potrebbe suggerirmi qualcuno di voi, della desolante immagine delle strade e delle piazze deserte, delle chiese chiuse come tutti i luoghi pubblici, d’improvviso aridi, abbandonati e senza vita?

2020. Sono stati giorni e settimane che hanno descritto la devastazione prodotta dallo spirito di morte portato dal covid-19, un simbolo delle tante afflizioni, delle tante ingiustizie, delle tante malattie, delle tante prove che affliggono l’umanità in ogni angolo del mondo; ma al contempo, e soprattutto, sono stati giorni e settimane che hanno raccontato il bisogno di risurrezione, di salvezza, di vittoria del bene sul male, della vita sulla morte.

In fondo, la più potente ed efficace immagine di risurrezione che il mondo intero abbia potuto ammirare e interiorizzare è quella di un’altra drammatica sera, il 27 marzo: Papa Francesco, che solo in Piazza San Pietro, incarnando il dolore più profondo, il dolore del cuore di Dio sofferente e inchiodato alla croce, dà voce al Cristo risorto, dicendo a ogni creatura della terra: “Perché avete paura, non avete ancora fede?” e aggiungendo:  Abbracciare la sua croce significa dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare… Nella sua croce siamo stati salvati… Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza”.

Sì, c’è speranza! Noi siamo uomini e donne di speranza!

A mia memoria, mai come in questo anno trascorso l’umanità si è trovata a fare i conti con la croce: portando la croce, stando ai piedi della croce o salendo sulla croce. Tre condizioni che vorrei sottolineare.

Hanno portato la croce tutti i medici, il personale sanitario, i volontari, gli operatori, gli animatori che sono andati in soccorso di chi soffriva; a loro, ancora una volta, diciamo grazie.

Sono stati ai piedi della croce tutti coloro che hanno sofferto – pensando solo al covid, oltre 2.000.000 di contagiati in Italia e quasi 83 milioni nel mondo – e quanti si sono ritrovati nel dolore della povertà. Solo in Italia, ci dice l’Istat, sono ora 4.500.000 i poveri assoluti, cioè privi dei beni essenziali, che hanno visto crocifisse le loro attese, i loro sogni, i sacrifici di una vita.

Sono saliti sulla croce tutti quelli che con la pandemia hanno perso la vita; un numero enorme, oltre 73.000 in Italia e più di 1.800.000 nel mondo. E quanti altri crocifissi ogni giorno perdono la vita: pensiamo solo ai martiri cristiani, un numero impressionante di morti quest’anno, solo 11 in Nigeria la vigilia della notte di Natale, ancora una volta dentro una chiesa.

Eppure, in mezzo a tanti disastri, paure e fallimenti, per dirla con lo scrittore francese George Bernanos, “muoriamo la notte per risuscitare la mattina”.

Sì, la risurrezione.

Nell’anno 2020 abbiamo visto messo a morte l’idolo della ricchezza, risorto in un’improvvisa povertà materiale e spirituale bisognosa di fraternità e di solidarietà.

Abbiamo visto messo a morte l’idolo dell’individualismo e dell’egoismo, esorcizzati da un nuovo rispetto per la vita, specie quella dei più deboli e feriti, in una ritrovata attenzione per le persone care, i familiari, gli amici, i colleghi specie se malati o sofferenti.

Abbiamo visto messo a morte l’idolo del benessere insensato, spesso offerto ai nostri figli senza regole e senza freni, rinato in una richiesta di vita più sobria, più essenziale, più umana.

In una parola, abbiamo visto il Vangelo risorgere in mezzo a noi, dentro di noi, in un nuovo interpello di salvezza, di vita, di gioia, di giustizia, di pace.

Il beato Charles de Foucauld, che nell’anno 2020 doveva essere canonizzato, scrisse: “Tornare al Vangelo è il rimedio: è ciò di cui tutti abbiamo bisogno”.

Sì, siamo stati cercati da Dio e lo abbiamo ritrovato proprio quando tutto sembrava perduto, archiviato, finito, quando siamo tornati al Vangelo.

Vorrei dire adesso alcuni grazie.

Grazie a Papa Francesco, uomo profondamente incarnato, padre capace di allargare la visione del bene che ancora dobbiamo compiere, perché possiamo, vogliamo, dobbiamo essere “tutti fratelli”, a partire dagli ultimi e dai più lontani. Con la sua ultima Enciclica “Fratelli tutti”, in tempo di pandemia, ci ha insegnato il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia, che la realtà umana è superiore a tutte le idee, i miti, le sovrastrutture che ci siamo creati, che davvero il tempo è superiore allo spazio, come va ripetendo dall’inizio del suo Pontificato.

Sì, il tempo! Abbiamo smesso di occupare spazi, di sgomitare per conquistarne nuovi: d’improvviso ci siamo ritrovati ad amministrare il tempo, a fare la conta dei giorni, a desiderare giorni nuovi, giorni di libertà, giorni di felicità.

Mai come in questo “tempo aumentato”, aperto alla nostra fantasia e ai nostri desideri di bene, l’espressione di Benjamin Franklin “il tempo è denaro” è risultata vinta da una espressione del cardinale Stefan Wyszinski, il primate della Chiesa polacca che chiese al cardinale Wojtyla, in Conclave, di accettare di diventare Papa per portare la Chiesa nel terzo millennio, martire prigioniero del regime comunista: “Tutti dicono il tempo è denaro, ma io vi dico che il tempo è amore”.

Sì, ci insegna il profeta Qoelet: “C’è un tempo per ogni cosa” (3, 1). E’ questo è il tempo di amare! Quanto bene mi ha fatto approfondire e vivere ancora di più questo è assunto – “il tempo è amore” – dedicando 100 trasmissioni on line, 100 secondi sui volti dell’amore con la rubrica “la paura fa 90, l’amore 100!”.

Grazie ai responsabili del RnS. A Mario Landi, ad Amabile Guzzo, ai membri del CNS, ai membri del CN, a tutti i coordinatori diocesani, ai coordinatori dei Cenacoli, Gruppi, Comunità, a tutti i delegati regionali di Ambiti e Ministeri, a tutti gli animatori e ai volontari ai vari livelli, a loro, con tutto il mio cuore, voglio dire: grazie e il Signore Vi benedica! E grazie a don Guido Maria Pietrogrande, nostro Consigliere spirituale nazionale, mio primo confidente, che l’anno 2020 ha iniziato con noi e che nel 2020 ha festeggiato la sua Pasqua in Cielo con le esequie di domenica 8 marzo, giorno in cui tutte le chiese venivano chiuse per la pandemia.

Quando il 28 febbraio intuii che bisognava subito tornare allo Spirito Santo, con la proposta di un Rosario dedicato allo Spirito Santo, con una proposta mai prima realizzata in tanti anni di cammino, sentivo vivo nel mio cuore l’invito dell’apostolo Giovanni nella sua prima Lettera: “Avete l’unzione, vi insegna ogni cosa, state saldi in lui” (1 Gv 2, 27b)

Sapevo che la soluzione a tutti i mali che ci sarebbero capitati di lì a poco, prima di entrare in questa lunga stagione di privazioni, di limitazioni, di difficoltà ad operare, a fare rinnovamento, a compiere le opere di rinnovamento, era nell’unzione, nella fedeltà all’effusione dello Spirito.

Grazie, allora, a Voi tutti amici che condividete una responsabilità, per non avermi lasciato solo in questa testimonianza. In quanti modi, certamente con grande fatica, abbiamo testimoniato questa fedeltà: quanta fantasia abbiamo esperimentato, quanta corresponsabilità abbiamo constatato, quanti volti, carismi, talenti umani abbiamo scoperto e reso disponibili per il bene di tutti e non di pochi.

Mai e poi mai, in condizioni normali, questo sarebbe avvenuto senza l’unzione;

mai saremmo stati così capaci di farcela e insieme senza l’unzione;

mai saremmo stati così generosi e servizievoli, disponibili ed efficienti senza l’unzione;

mai saremmo stati capaci di rinnovamento in una epoca così bisognosa di cambiamento, di conversione senza l’unzione.

Di tutta questa grazia io sono fiero, profondamente grato a Dio e a ciascuno di Voi che con gioia nel RnS si è lasciato coinvolgere. Come un padre, sono così felice di questa nostra famiglia ecclesiale che è il RnS di cui per un momento vorrei vantarmi nel Signore!

Scrisse un giorno il beato Giuseppe Toniolo, il laico che con don Luigi Sturzo possiamo considerare l’antesignano della dottrina sociale della Chiesa, in Italia e nel mondo, agli inizi del secolo scorso: “Noi credenti sentiamo nel fondo dell’anima, che chi definitivamente contribuirà a salvare la società non sarà un diplomatico o un politico, uno scienziato, un eroe, ma un santo, anzi una società di santi”.

Che bello, solo se saremo una società di santi – dunque retta dall’unzione del Santo – noi saremo un rinnovamento che salva, che trova soluzioni, che incarna il Vangelo della salvezza.

Grazie a tutti i fratelli e alle sorelle del RnS e a tutti coloro – sono numerosissimi, direi incalcolabili – che ci hanno seguito nella nostra programmazione social e hanno anche condiviso con altri le nostre iniziative spirituali di preghiera, di formazione, di evangelizzazione.

Grazie per il sostegno economico che avete voluto assicurare nel momento in cui la nave è entrata nella tempesta e abbiamo compreso che dovevamo rifare tutto da capo, reinventarci un modo di fare comunità, che da virtuale nella forma è divenuto immediatamente reale nei benefici e nei riscontri che ci hanno invitato ad andare avanti.

Non potete immaginare la forza che mi hanno dato, che ci hanno dato le Vostre preghiere, le Vostre mail, le Vostre migliaia e migliaia di messaggi che ogni giorno abbiamo ricevuto da tutta Italia e da oltre 53 Paesi del mondo che ci hanno seguito.

Per noi è stato l’anno della rivoluzione informatica e della conversione digitale, vissuta con una accelerazione davvero impensabile. Partiti agli inizi di marzo, i nostri social sono stati seguiti con numeri impressionanti: solo su FB 40.000.000 di minuti visti; 24 le rubriche prodotte e 11 gli eventi speciali, resi possibili con un coinvolgimento attivo di circa 500 persone, tra collaboratori, volontari, animatori, predicatori, testimoni e tecnici: e poi, dal 16 settembre, con un nuovo sito web, che registra oltre 70.000 utenti ricorrenti e già 800.000 pagine visitate.

Quanta grazia, quanta Provvidenza! Questo straordinario lavoro di dialogo con il mondo, di apertura a tutti, rivela in fondo la nostra vera anima, lo spirito che sempre deve animarci.

Il RnS non è mai stato un orto chiuso o un club di buontemponi disincarnati, che si proteggono con la preghiera e al meglio si prendono cura dei membri del Gruppo di cui sono parte. Se questo è stato in passato, se questo abbiamo testimoniato, chiedo perdono a Dio e a Voi tutti.

No, il RnS è una benedizione per il mondo intero, per ogni uomo e donna, in special modo per quanti non hanno ancora fatto esperienza di Gesù vivo e Signore.

Il RnS è il tempo dello Spirito, un tempo sempre miracoloso.

Il RnS è un altro modo di vivere e un altro mondo da condividere, perché si rendano vere ed esperimentabili le parole del Salmista: “Il Signore è buono verso tutti ed è grande nell’amore” (cf Sal 102, 8b), secondo le parole di Gesù stesso: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso” (Lc 6, 32).

Quale tempo migliore, allora, quale occasione più propizia del covid-19 per essere finalmente testimoni di un amore senza misura, “amore che conosce solo i limiti che sappiamo dargli”, avrebbe detto san Giovanni Paolo II, cento anni nel 2020.

Sì l’amore senza misura, alla maniera dello Spirito, che è stato di più e meglio causa di consolazione per quanti sono nel lutto;

causa di compassione per quanti sono nella prova;

causa di fraternità per quanti sono soli e dimenticati;

causa di guarigione morale, spirituale, fisica per quanti sono nella sofferenza;

causa di liberazione dai mali per quanti sono sotto l’influsso mortifero del maligno, per quanti sono nell’errore, nell’inganno, nei vizi, nelle mani di nemici, nelle grinfie del peccato, nella paura, infelici, disperati, moribondi.

Scrisse un giorno san John Henry Newman, il cardinale inglese convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo: La fede non è una cosa strana, che riguarda persone bizzarre, poco razionali, ma investe tutta la vita pratica nel quotidiano “fidarsi” di ciò che vediamo e tocchiamo. Vivere è cambiare; ed essere perfetti è aver cambiato spesso”.

Sì, non siamo gente bizzarra, per quanto i carismi possano renderci tali in apparenza, ma gente che si fida di Dio e che a Dio vuole affidare ogni cosa perché sia Lui e non noi a cambiare la storia. Che Rinnovamento sarebbe il nostro se non fosse capace di cambiare? Il misoneismo, che è la paura della novità, non ci appartiene, non può appartenere alla storia del nostro tempo, battezzata da Papa Francesco come “cambiamento d’epoca”.

Grazie, perché ci avete aiutato a cambiare, a rimettere le ali se avevamo smesso di volare, a correre se avevamo smesso di camminare, a stare in piedi se eravamo seduti.

Il desiderio di tenervi vicini, di entrare nelle Vostre case per non lasciarvi soli, il pensiero che molti non ce l’avrebbero fatta e che molti altri avevano bisogno di aiuto spirituale e materiale, ci ha spinti a dare capacità alla speranza, nuovi ideali alla fede, grande futuro all’amore.

Grazie alle famiglie e ai sacerdoti, mai come in questa lunga stagione espressione della vera chiesa di Dio.

Se l’Eucaristia non è pane sofferto, non è pane insanguinato, non è pane negato per essere finalmente desiderato e mangiato con fame, che chiesa sarebbe? Non sarebbe la chiesa di Gesù.

Se la preghiera non fosse condivisione della vita, ascolto dei bisogni delle anime, espressione dei gemiti dello Spirito, voce che grida più forte delle proteste la lode e la supplica, che Chiesa sarebbe? Non sarebbe la Chiesa di Gesù.

Il digiuno eucaristico, la limitazione delle nostre libertà comunitarie hanno esaltato il ruolo sacerdotale dei genitori, facendo delle famiglie un’occasione per riscoprire lo spirito delle prime comunità cristiane, e ci hanno permesso di riscoprire la dignità dei sacerdoti consacrati alla missione, la loro originalità nella vita della Chiesa, la loro capitale importanza per il popolo di Dio.

Che ne è della Chiesa ora, che ne sarà della Chiesa con il nuovo anno che viene?

Carissimi, questo anno che è passato ci dice che non è volata via la vita, ma che abbiamo ritrovato la voglia di vivere, che vogliamo vivere, che dobbiamo ricostruire le nostre vite, le nostre relazioni, le nostre articolazioni sociali.

C’è una nuova fecondità, la Chiesa sarà più feconda, perché è madre e nei tempi in cui il mondo si mostra sterile lo Spirito provvede a renderla più feconda, più provvida e provvidente. La Chiesa è sempre fatta e rifatta dallo Spirito e genera uomini nuovi. Un martire dei nostri tempi, Vittorio Bachelet, ucciso 40 anni fa dalla Brigate Rosse, in un momento tormentato della storia d’Italia, disse: “Solo uomini nuovi in Cristo faranno nuovo anche il mondo… Non rinnoveremo la Chiesa rinnovando gli altri, ma rinnovando noi stessi”.

Si, siamo attesi, tutti noi, siamo attesi come uomini e donne nuove nello Spirito.

Non ci facciamo illusioni. La fede è realismo. L’anno che inizia sarà pieno di sfide, di povertà, di tensioni, di bisogni emergenti. La politica, l’economia, la scienza faranno ancora fatica a mostrarsi adeguate al tempo. La gente continuerà a invocare “pane e pace” e in gran parte rimarrà inascoltata. Si avvertirà un bisogno ancora più grande di comunità e di fraternità.

Solo l’incontro tra la spiritualità e la vita, tra la grazia e la vita del mondo porrà rimedio a tutte le malattie del nostro secolo, alle attese della gente.

Solo la spiritualità potrà divenire antidoto alla disumanizzazione, vero stimolo al progresso umano, fonte viva di nuovo impegno sociale e culturale,

Solo ponendo l’accento sui valori spirituali noi ridaremo luce a tutti gli aspetti materiali della nostra vita in società e aiuteremo ad assumere i giusti atteggiamenti verso gli altri, in special modo verso quelli che ancora soffrono ingiustizia.

Non lo dimentichiamo, non dimentichiamo da dove abbiamo iniziato: l’unzione, l’effusione dello Spirito.

E’ Gesù, il Bambino Gesù che rinasce per ricordarci che c’è bisogno di uomini spirituali e carismatici per invertire il corso della storia

Perché mai, altrimenti, proprio all’inizio della sua missione terrena in mezzo agli uomini Gesù avrebbe detto: “Lo Spirito del Signore è su di me e per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”? (Lc 4, 18-19).

Care amiche, cari amici, a nulla varrà il progresso della scienza e della tecnologia, che in un anno appena ci consegna un vaccino, più vaccini, con i quali combattere e vincere il coronavirus, come in altre epoche altre malattie mortali.

A nulla varranno tutte le forme di ristoro economico per famiglie, lavoratori, società ed enti privati.

A nulla varranno tutti gli appelli del Papa, degli uomini di cultura saggi e lungimiranti, e anche dei politici a servizio del bene comune se non permetteremo allo Spirito di Dio di invadere la storia, se non saremo noi i “pneumatofori” del 2021, se non sapremo riempire di preghiera, di vita interiore, di ispirazione, di profezia, di indomito coraggio, di speranza creatrice, di gioia, di prossimità benedicente, le nostre città, i nostri quartieri, i nostri condomini, le nostre case.

Questo anno si conclude, per noi del RnS, con l’eco di una Conferenza di tutti gli animatori, esortati a dare corso a una nuova stagione di carità fraterna.

Ci siamo ridetti, con forza, riprendendo le parole di Papa Francesco che “nessuno si salva da solo” (Ft, 32), ma la condizione è che “nessuno rimanga da solo”, è che “nessuno provi a fare tutto da sé e per sé”.

Siamo legati dal principio di fraternità, che si traduce con “gli uni con gli altri”, e dal principio di solidarietà, cioè “ciascuno per gli altri”. Questa è la legge dell’amore cristiano che si fa carità.

Vorrei rendere visibile tutto questo con un pane, un pane che si spezza e che si moltiplica solo se è condiviso, se trova qualcuno disposto a darlo, a portarlo, a distribuirlo.

Un pane e due mani: una mano per darlo e una per riceverlo, perché tutti noi, nessuno escluso, è chiamato a dare e a ricevere amore.

Così vogliamo ricominciare. Così vogliamo inaugurare il nuovo anno. Così vogliamo preparare ancora tante mense familiari, eucaristiche, comunitarie, fraterne, sociali in cui ripetere questo gesto.

“Infutura la tua vita”, scrive il divin poeta Dante nel XVII Canto del Paradiso. Immergiamola nel futuro di Dio, perché dove c’è amore, lì c’è Dio.

Chiediamo perdono per ogni nostra assenza, per ogni nostro ritardo, per ogni nostra omissione, per ogni nostra colpa.

Infuturiamo la nostra vita d’amore. Infuturiamo di nuovo servizio ai fratelli l’anno 2021.

E’ sarà ancora l’Anno del Signore. Buon anno, di cuore, a voi e ai vostri cari. Alleluja!

Salvatore Martinez

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