220 “Antiquum ministerium”, il Motu Proprio di Papa Francesco che promuove il ministero laicale del catechista

Attualità

Francesca Cipolloni

Firmato il 10 maggio 2021, nella memoria liturgica del dottore della Chiesa San Giovanni d’Avila, e pubblicato il giorno successivo, il Motu proprio Antiquum ministerium di Papa Francesco stabilisce il ministero laicale di catechista, affinché di fronte all’imporsi «di una cultura globalizzata» si renda sempre più urgente «riconoscere la presenza di laici e laiche che, in forza del proprio battesimo, si sentono chiamati a collaborare nel servizio della catechesi», andando incontro specialmente «ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana». Scopriamo meglio in cosa consiste questo documento, prezioso strumento di formazione e di evangelizzazione rivolto alle future generazioni.


Un Ministero che affonda le origini nel passato

Le origini in cui affonda il nuovo ministero “formalizzato” dal Papa sono molto antiche e risalgono al Nuovo Testamento: se ne trovano cenno, ad esempio, nel Vangelo di Luca e nelle Lettere di San Paolo Apostolo ai Corinzi e ai Galati. Scrive a tal proposito il Santo Padre: «L’intera storia dell’evangelizzazione in questi due millenni mostra con grande evidenza quanto sia stata efficace la missione dei catechisti», i quali hanno permesso che «la fede fosse un valido sostegno per l’esistenza personale di ogni essere umano». Dopo il Concilio Vaticano II, inoltre, è cresciuta la consapevolezza del fatto che «il compito del catechista è della massima importanza», nonché necessario allo «sviluppo della comunità cristiana». Tratti fondamentali, evidenziati dal Motu proprio appena diffuso, in cui emerge come «tanti catechisti capaci e tenaci» svolgono «una missione insostituibile nella trasmissione e nell’approfondimento della fede», mentre una «lunga schiera» di beati e santi catechisti «ha segnato la missione della Chiesa», costituendo “una feconda sorgente per l’intera storia della spiritualità cristiana». 


Una ufficializzazione necessaria

Il rito istitutivo di Antiquum ministerium, come da prassi, spetta ora alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti. Toccherà quindi alle Conferenze episcopali stabilire «l’iter formativo necessario e i criteri normativi per potervi accedere». I pastori – recita a riguardo il Motu proprio – «non cessino di fare propria l’esortazione dei Padri conciliari quando ricordavano: “Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune” (Lumen Gentium, 30). Il discernimento dei doni che lo Spirito Santo non fa mai mancare alla sua Chiesa sia per loro il sostegno dovuto per rendere fattivo il ministero di catechista per la crescita della propria comunità». Si tratta dunque di un documento che intende valorizzare ancor di più il ruolo dei laici nella comunità ecclesiali. Ora, a seconda delle proprie tradizioni locali, saranno le singole Conferenze episcopali individuare i requisiti di età, studio e le condizioni necessarie per accedere al ministero stesso. Antiquum ministerium rappresenta inoltre, per la Chiesa che è in Italia, un invito a proseguire nella riflessione già avviata con la Lettera Apostolica Spiritus Domini sulla modifica del can. 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del lettorato e dell’accolitato. Per la Chiesa del terzo millennio, pertanto, si “ufficializza” in senso pieno un nuovo ministero che da sempre, ha comunque accompagnato il cammino dell’evangelizzazione di tutti i tempi e tutte le longitudini: quello, appunto, di catechista. Dopo la pubblicazione del Direttorio per la catechesi (23 marzo 2020), questo costituisce dunque un ulteriore passo per il rinnovamento della catechesi e la sua efficace opera a cui sono chiamati uomini e donne provenienti da diverse realtà ecclesiali, che con la loro dedizione rendono evidente la bellezza della trasmissione della fede alle nuove generazioni.


La novità che realizza il desiderio di Paolo VI

È stato monsignor Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, a illustrare l’orizzonte in cui si colloca l’istituzione di questo specifico ministero laicale, nel corso della conferenza stampa svoltasi in Sala Stampa vaticana l’11 maggio, giorno della pubblicazione del documento. Non casuale la scelta della data, nella memoria liturgica di san Juan de Ávila (1499-1569), Dottore della Chiesa che produsse nel 1554 il catechismo diviso in quattro parti e seppe offrire ai credenti «la bellezza della Parola di Dio e l’insegnamento vivo della Chiesa con un linguaggio non solo accessibile a tutti, ma forte di una intensa spiritualità». Il Motu proprio è stato definito da Fisichella «una grande novità», tramite cui «si evince facilmente come Papa Francesco porti a compimento un desiderio di Paolo VI». Incisivi i riferimenti al vasto Magistero della Chiesa. Come l’Esortazione apostolica “Evangelii nuntiandi” (1975), o la Costituzione dogmatica “Lumen gentium” (1964), in cui si afferma che «i laici sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per loro mezzo». Il presule ha inoltre sottolineato che la missione, come laici, è quella di esprimere al meglio la vocazione battesimale con un’accentuazione dell’impegno missionario «senza cadere in alcuna espressione di clericalizzazione». Si tratta pertanto di un ministero che non si esprime «primariamente nell’ambito liturgico, ma in quello specifico della trasmissione della fede mediante l’annuncio e l’istruzione sistematica». Per quanto concerne i requisiti, inoltre, è stato spiegato che «primo fra tutti è quello della dimensione vocazionale a servire la Chiesa dove il vescovo lo ritiene più qualificante» e dove «ritiene necessaria la sua presenza». Un accenno è stato rivolto anche alla formazione, non certo frutto di “improvvisazione”, con primaria attenzione al Catechismo della Chiesa cattolica: «Le Diocesi dovranno provvedere perché i futuri catechisti e catechiste abbiano una solida preparazione biblica, teologica, pastorale e pedagogica per essere comunicatori attenti della verità della fede, e che abbiano già maturato una previa esperienza di catechesi». Mons. Fisichella esprime poi l’augurio che «l’istituzione del ministero porti anche alla formazione di una comunità di catechisti che cresce con la comunità cristiana, senza tentazione alcuna di restringersi negli stretti confini della propria realtà ecclesiale e scevra da ogni forma autoreferenziale». Nel corso della presentazione è intervenuto anche monsignor Franz-Peter Tebartz-van Elst, delegato per la Catechesi del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che ha esplicitato come questo «Motu proprio si propone di rafforzare il profilo catechistico nella Chiesa non facendolo derivare dal ministero della gerarchia ma orientandolo verso la gerarchia» e, del suddetto ministero, ha posto in evidenza tre aspetti, «delineati nella cornice di una vocazione autonoma a diventare e ad essere catechista», ossia: «Si oppone ad una clericalizzazione dei laici e ad una laicizzazione del clero; si svolge in una spiritualità comunitaria e in una spiritualità di preghiera; è un servizio acquisito con specifica e solida formazione». Una nota è arrivata anche dalla Conferenza Episcopale Italiana, nella persona di monsignor Stefano Russo, Segretario della CEI, che ha dichiarato come «l’attenzione riservata da Papa Francesco alla figura del catechista ha accompagnato, sin dall’inizio, il suo Pontificato. Questo Motu proprio ribadisce e sostiene la riflessione su una prospettiva ben precisa di Chiesa che vive in pienezza la ministerialità come un dono». Nelle singole comunità del nostro Paese questo strumento valorizza e mette in luce l’azione catechistica in un contesto «che, nonostante le ferite provocate dalla pandemia può e deve rigenerarsi per riconnettere il tessuto comunitario alla luce dell’esperienza della fede». Un auspicio sottolineato, tra l’altro, dal Pontefice stesso il 30 gennaio scorso, nel discorso rivolto ai partecipanti all’incontro promosso dall’Ufficio Catechistico Nazionale: «Questo è il tempo per essere artigiani di comunità aperte che sanno valorizzare i talenti di ciascuno. È il tempo di comunità missionarie, libere e disinteressate, che non cerchino rilevanza e tornaconti, ma percorrano i sentieri della gente del nostro tempo, chinandosi su chi è al margine. È il tempo di comunità che guardino negli occhi i giovani delusi, che accolgano i forestieri e diano speranza agli sfiduciati. È il tempo di comunità che dialoghino senza paura con chi ha idee diverse. È il tempo di comunità che, come il Buon Samaritano, sappiano farsi prossime a chi è ferito dalla vita, per fasciarne le piaghe con compassione». Esiste una chiamata, pertanto, a cui il catechista «risponde per sempre» e «in un tempo fluido è importante avere coscienza che quel “sempre” è un orizzonte di senso per una Chiesa ministeriale».

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