Dalla conversione alla riconciliazione di Rigel Langella

Spiritualità

Capire chi è Gesù per capire a fondo chi sono io. Padre Natale Merelli ha snodato il suo intervento a Rimini in due tappe, seguendo il testo del Vangelo di Marco. Ne riportiamo una sintesi.


La mia relazione con Gesù

Il testo del capitolo ottavo di Marco è importantissimo, perché tutto il Vangelo è fondato su questa domanda: “Chi è Gesù?”. Gesù, però, non risponde mai a questa domanda. Gesù agisce, Gesù fa, Gesù opera.

Qui comincia il discorso della nostra fede: tu che relazione hai con questa persona? La fede non è sapere chi è Dio, ma sapere che relazione hai tu con lui, chi è lui per te.

Dal racconto evangelico sappiamo che Gesù verrà riconosciuto a Cesarea di Filippo per la prima volta (cf Mc 8, 27ss). Cesarea di Filippo è una città pagana. I lontani lo capiscono, perché Gesù è davvero molto lontano dalle convinzioni comuni che noi abbiamo su di lui.


La gente chi dice che io sia? 

Mentre cammina, interroga: “Gli uomini chi dicono chi io sia?” (cf Mc 8, 27).

Camminando Gesù interroga. Fino a un certo punto del vangelo erano le persone che lo incontravano a chiedere: “Chi è costui che placa le tempeste, che guarisce, che risuscita…?” (cf Lc 8, 25).

I1 problema, a questo punto, cambia: non si tratta di chiedere chi è Gesù. Non sono più io a metterlo in questione, ma è lui che mette in questione me, te, il Rinnovamento.

“Chi sono io per te?”. E’ da qui che comincia la fede.

Per l’uomo religioso si tratta di qualcosa che lui già sa: è scontato per lui sapere chi è Dio. Così risponde attraverso ciò che gli è noto, ricorrendo a figure insigni: il Battista, Elia. Chi sono e che cosa hanno in comune queste persone? Non ci sono più. E’ il tentativo di identificare la propria fede con un morto, con qualcosa che c’è stato. Quindi non con il vivente: mentre Gesù è il vivente.

A questo punto a Gesù non interessa più cosa la gente dica di lui, ma si rivolge direttamente ai discepoli.


“E voi chi dite che io sia?” (Mc 8, 29)

La seconda domanda, è rivolta ai suoi: “voi che mi conoscete, voi che mi seguite, voi che mi amate: chi sono io per voi?”.

È la domanda fondamentale del Vangelo: chi è Gesù per te? Ecco il vero problema anche della nostra fede: chi è Gesù per te che vivi nel Rinnovamento?

Anche oggi, in questo nostro incontro di Rimini, possiamo risentirlo chiedere: “oggi chi sono io per te?”.

E’ questa la fede. Non è credere che c’è Dio, perché se anche non credi lui c’è lo stesso. Bisogna, invece, vedere il tipo di relazione che hai tu con lui, quale disponibilità, quale ascolto, quale amicizia, quale coinvolgimento, quale amore. Quindi, la fede è la persona di Gesù che tu conosci direttamente e alla quale rispondi tu direttamente.

Pietro, posto di fronte a tale interrogativo, risponde: “Tu sei il Cristo” (Mc 8, 29). Pietro offre una risposta sufficientemente buona: tu sei il Cristo, il Messia, l’atteso, colui che tutti aspettavamo.

Anche noi, a questo punto, ci chiediamo: “È davvero il Cristo la mia speranza? E’ colui su cui investo tutta la mia vita?”.

E’ già molto grande questa risposta. Però c’è ancora un errore in questa risposta. E’ l’errore dell’articolo determinativo: “il”. Pietro, infatti, dice: “Sei il Cristo che penso io”. Ha in mente un suo Cristo, mentre Gesù non è il Cristo che pensa Pietro, è Cristo e basta. E’ quel Cristo che nessuno pensa ancora.

La nostra tentazione è sempre quella di ridurre Dio a misura d’uomo, mentre è l’uomo che è a misura di Dio.

Quindi la fede è una domanda che lui ti fa: chi sono io per te? Che cosa conto per te? Come mi testimoni?


Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire
.

Gesù è certamente il Messia, il Cristo, come ha detto Pietro, ma il Messia crocifisso, umiliato, sofferente. Ed è questo ciò che Pietro non pensava, non accettava. Gesù dice apertamente che deve andare a Gerusalemme, e non è una fatalità né volontà degli uomini, ma è il disegno misterioso del Padre.

Finora Gesù ha fatto miracoli, ha predicato inaugurando il regno di Dio, ora viene il momento in cui Gesù non può fare più niente, ma dovrà subire, patire, morire e risuscitare.

Nella vita umana ci sono momenti in cui siamo sani, siamo forti, possiamo fare tante cose, ma viene il momento in cui si deve patire, subire, e anche questo è un momento prezioso, perché anche questo entra nella volontà di Dio: sia lavorando, sia accettando di non poter più operare.

Allora Gesù deve andare, soffrire, venire ucciso. E’ il massimo dell’impotenza. 

Nel momento in cui Gesù svela pienamente la sua realtà di Messia sofferente, anche Pietro è costretto a manifestare se stesso: cioè l’appartenenza a Cristo o è totale o non è appartenenza. Qui Gesù si è pienamente svelato, ma è Pietro che non è cambiato.

La reazione di Pietro è la nostra reazione. Facciamo fatica a vedere Gesù sofferente, crocifisso, perché va contro i nostri schemi di pensiero umani. Pietro fa fatica ad accettare Gesù sofferente, perché lui stesso fa fatica ad accettare di dover soffrire.

A questo punto c’è il discorso pubblico di Gesù: “Convocata la folla… disse loro: “se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”“ (Mc 8, 34).

La sequela deve essere libera, ma bisogna sapere a che cosa si va incontro andando dietro a Gesù.

Se il Rinnovamento segue Gesù, deve sapere che va incontro a una vita sradicata: “Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20). Le tane e i nidi sono le nostre sicurezze, mentre Gesù non fa affidamento su sicurezze umane.

Voglio concludere con una citazione del cardinale vietnamita Van Thuan: “Ho abbandonato ogni cosa per seguire Gesù, perché amo i difetti di Gesù”.

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E VOI CHI DITE CHE IO SIA?

Il volto del Padre mio

Nella festa della riconciliazione è stato approfondita la parabola

del padre misericordioso (Lc 15, 20b24), seguita con attenzione e nel contesto di una giornata interamente dedicata alle confessioni. E tutto questo per sottolineare la gioia traboccante del padre a motivo della relazione ritrovata: un figlio che, creduto morto, ora vive, e che, prima perduto, è stato ritrovato.

I1 ritorno del figlio consente al padre di rivivere quella relazione che lo fa esistere: la sua relazione di paternità.

In sintesi, padre Natale Merelli ha proposto due possibili riflessioni, che riproponiamo: 

– Da quali false immagini di Dio mi devo liberare? 

– Quale atteggiamento del figlio minore trovo in me?

A conclusione della giornata di conversione e riconciliazione il segno è stato rappresentato dal ritorno al fonte battesimale: i rappresentanti di ogni categoria presente alla convocazione, dai più giovani ai più anziani, dalle famiglie ai malati, hanno messo le mani nell’acqua, rivolgendosi al celebrante dicendo: “Abbà, Padre”, mentre i1 celebrante rispondeva: “figlio, figlia, oggi ti ho rigenerato”.

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