Credenti o credibili? “Una questione di cuore”

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». 
È una delle frasi dichiarate e vissute del servo di Dio Rosario Livatino, ucciso dalla mafia agrigentina il 21 settembre del 1990 e definito il «“martire della giustizia” e, indirettamente, anche “della fede”» (San Giovanni Paolo II,  Valle dei Templi (AG), 9 maggio 1993). Partendo da questo illustre esempio, riflettiamo su come essere credenti e allo stesso tempo credibili. 

di Gioacchino Lo Iacono

Alcuni cristiani si definiscono credenti senza aver letto il Vangelo o aver fatto esperienza di Gesù.

Papa Francesco, nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, mette in guardia il cristiano da sottili e mascherati pericoli: egoismo, individualismo, indifferentismo. «Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri […]. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente» (n. 2). 

Quello che possiamo palesemente intuire e constatare è che a volte il cristiano si definisce tale, ma senza sentire il dovere di confrontarsi con le norme che regolano il bene comune; si proclama onesto e buono ma continuando a dissodare maldicenze e calunnie verso il prossimo. Ci si definisce credenti, ma senza mai aver letto il Vangelo, senza aver fatto esperienza viva di Gesù e dei suoi insegnamenti. Cristiani credenti ma niente affatto credibili, competenti nella teoria e meno nella pratica.

Proviamo a capire cosa ci insegna la storia attraverso la parola di Dio e qual è l’antidoto a questo pericolo.

Cosa dice l’Antico Testamento? 

In merito a quanto già espresso, voglio prendere in considerazione l’esaustiva e meravigliosa spiritualità sapienziale dell’Antico Testamento, che riesce a essere attualissima in seno alla storia, al mondo, all’educazione della fede e utilissima per incarnare la fede attraverso virtù necessarie come il coraggio, il dominio di sé, la fedeltà, l’etica e la ragione, affinché l’uomo sia uomo e sia plasmabile nelle mani di Dio.

Se il rischio di quest’oggi ha a che fare con il proprio “ego”, la vera conversione spirituale – ci insegna la spiritualità sapienziale –, sta nel saper intendere l’universalità come volere di Dio (cf. Sap 1,7; Sir 24,30-34) che crea e abbraccia tutto quello che ci circonda; sta nel saper ascoltare, con atteggiamenti esperienziali di disponibilità, la sua Parola e metterla in pratica con rigore morale e razionale.

In tutta l’antica storia della salvezza, vediamo che il popolo eletto mette alla prova il suo Dio con il peccato dell’infedeltà, dell’incredulità, dell’idolatria, dalla ricerca dell’esteriorità, senza essere capace di ricambiare il suo ostinato amore. Sappiamo bene che non è bastata l’Alleanza del Sinai, tantomeno l’ingresso nella Terra Promessa così desiderata, a far cambiare tali atteggiamenti. Davanti a un cuore palpitante di Yhwh, si fronteggia il cuore indurito del suo popolo (cf. Sal 95,8-9). Un problema di fondo, o meglio, una “questione di cuore” potremmo dire, in cui Dio dovrà intervenire cambiando strategia.

Non basta scrivere delle leggi su delle tavole di pietra (cf. Es 20,1-17, Dt 5) ma è necessario scriverle nel cuore dell’uomo (cf. Ger 31,31-34). Una promessa precisata dal profeta Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (Ez 36,26-27). Un’operazione vera e propria di trasformazione radicale del cuore che solo lo Spirito divino, che è tutto Amore, può compiere, affinché la sua creatura possa essere credente e tanto più credibile. 

Tutto, quindi, deve nascere dal cuore nuovo, da una trasformazione profonda del proprio essere che è impossibile all’uomo e che solo Dio può compiere. «A Dio basta uno spiraglio, e subito lascia entrare un raggio di luce!» (cf. Angelo Comastri, 34ª Convocazione nazionale del RnS, 3 novembre 2011): lo Spirito Santo.

«Quando il Padre interviene con il suo Spirito, il caos si trasforma in cosmo, nel mondo si accende la vita, e la storia si rimette in cammino» (San Giovanni Paolo II, Catechesi del 13 maggio 1998, Lo Spirito Santo nell’Antico Testamento, in preparazione al Grande Giubileo dell’anno 2000).

Interroghiamo il Nuovo Testamento? 

«Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità» (1Gv 1,5-6).

Quello che Giovanni vuole dirci è che per essere credenti e ancor più credibili, bisogna mettere in pratica la verità, per non essere dei bugiardi (cf. 1Gv 2,4). Chi è la verità, cos’è la verità, perché praticare la verità? Tutta l’esperienza spirituale neotestamentaria gira intorno a colui che è «la via, la verità e la vita» (cf. Gv 14,6). In Gesù Cristo, immagine del Dio invisibile (Col 1,15), troviamo la luce che ci rende pienamente veri e umani.

Una delle missioni di Gesù, il Verbo fatto carne, il Figlio di Dio inviato dal Padre, è quella di entrare nella storia degli uomini portando a compimento la verità.

Non è sufficiente insegnare i precetti della legge di Dio, ma è necessario metterli in pratica, prendendo esempio da Gesù che «fece e insegnò» (cf. At 1,1).

Di questa Legge antica e di questo credo, che i profeti richiamano nell’A.T., Gesù, da parte sua, non può non comprovare la validità; egli semplicemente porta ad attuare questa verità. Come? Incidendo nei cuori – come detto prima – quel che era stato scritto sulle tavole di pietra (Ger 31,33-34; Ez 36,26-27).

Il Verbo si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi (cf. Gv 1) non per imporre una legge, un comando da osservare, ma per darvi compimento reale; non comanda di amare, ma ama (cf. Gv 3,16; Gv 15,13; Rm 5,8); non comanda di servire, ma serve (cf. Mc 10,45);

Il Comandamento nuovo che Gesù insegna a mettere in pratica e che ingloba tutta la Legge è l’amore, che viene effuso nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cf. Rom 5,5), grande e unico vero protagonista di grazia e compimento.

La nuova legge di Gesù Cristo, la legge dello Spirito, è la legge dell’amore, che fa dire a san Paolo «pieno compimento della legge è l’amore» (cf. Rm 13,10). L’amore per Dio e i fratelli è il compimento della legge di Cristo, la nuova giustizia, la nuova santità del regno di Dio, alla quale tutti siamo chiamati.

Diventare testimonianza credibile dell’Amore

In merito alla domanda del titolo, la risposta che vorrei dare è che non si può essere credenti se non si è credibili e a maggior ragione, non si può essere credibili senza operare, compire e incarnare ciò a cui si crede.

San Paolo ci fa dono di un grande insegnamento: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (1Cor 13,1-2). L’amore non può avere finzioni e ancor più, un amore che non comunica, che non si rispecchia come una grazia ricevuta per il bene altrui, a che serve?

«Il bene deve sempre tendere a comunicarsi» (Evangelii gaudium, n. 10), ci ricorda Papa Francesco, e la ricetta per essere dei veri cristiani, sta nel fare bene il bene, nella misura di dono, apertura, accoglienza verso il prossimo. Questa è la missione di un vero credente; questo è l’invito che la Chiesa stessa continua a desiderare e trasmettere. Nell’Esortazione post-sinodale Querida Amazonia, il Santo Padre dice: «Tutto ciò che la Chiesa offre deve incarnarsi in maniera originale in ciascun luogo del mondo, così che la Sposa di Cristo assuma volti multiformi che manifestano meglio l’inesauribile ricchezza della grazia. La predicazione deve incarnarsi, la spiritualità deve incarnarsi, le strutture della Chiesa devono incarnarsi…» (n. 6). 

Il cambiamento d’epoca di questo tempo, continua a sclerotizzare per tanti aspetti il cuore del popolo di Dio, ma quanto più il male tende a indurire il cuore, tanto più lo Spirito Santo, entrando nella vita del credente come un fuoco ardente (cf. Rm 5,20; Ger 20,9), agisce e trasforma, soffia e vivifica (cf. Ez 37,9), scalda e rinnova (cf. 1Pt 1,7).

Il cuore rinnovato dallo Spirito Santo, che vive in una continua metànoia, è la soluzione per essere dei credenti credibili!    

Rosario Livatino, il magistrato beato

Ricordiamo la figura di Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla Stidda ad Agrigento il 21 settembre 1990, al quale, in passato, in occasione della beatificazione, abbiamo dedicato la rubrica “Per fede” (Riv. n. 10/11-2020).

Dopo una laurea cum laude in Giurisprudenza, Livatino nel 1979 divenne sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento, dove rimase fino al 1989, quando gli fu assegnato il ruolo di giudice a latere. Uomo di giustizia ma anche di fede, riteneva che queste fossero «continuamente interdipendenti fra loro, continuamente in reciproco contatto, quotidianamente sottoposte a un confronto a volte armonioso, a volte lacerante, ma sempre vitale, sempre indispensabile» e che «la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio…», perché «Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere “giusti”, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano».

Oltre a questioni legate alla mafia, Livatino si occupò anche di tangenti e corruzione, indagando sulla Regione Sicilia e sugli appalti per opere mai eseguite, tra i primi a utilizzare lo strumento della confisca dei beni alla mafia. 

Venne ucciso il 21 settembre 1990 sulla SS 640 Caltanissetta-Agrigento per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa nostra, mentre si recava, senza scorta, in tribunale. In occasione del suo omicidio, alcuni suoi colleghi denunciarono lo stato di abbandono in cui versavano molti giudici siciliani impegnati nelle indagini contro la mafia. 

Nel 1993, il vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro, iniziò a raccogliere testimonianze per avviare il processo di beatificazione, che si aprì ufficialmente il 21 settembre 2011 nella Chiesa di San Domenico di Canicattì. Furono in 45 a testimoniare sulla sua vita e la sua santità, tra i quali anche Gaetano Puzzangaro, uno dei quattro killer mafiosi del giudice diventato collaboratore di giustizia. Il 9 maggio 2021 si svolse la cerimonia di beatificazione, nella Cattedrale di Agrigento, che lo ha reso il primo magistrato beato nella storia della Chiesa cattolica».

a cura di Daniela Di Domenico

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