Dalle prime comunità all’attualità del cammino sinodale: a Tv2000 in dialogo sul dono delle lingue

Il dono delle lingue, tema antichissimo quanto moderno, in un periodo storico così complesso. Su questo si è incentrata la puntata della trasmissione “In cammino”, andata in onda, in diretta, lunedì 11 aprile su Tv2000 e condotta, come ogni giorno, da Enrico Selleri. Salvatore Martinez, Presidente nazionale del RnS, ospite in studio, e, in collegamento, Rosanna Virgili, teologa e docente presso l’Istituto Teologico Marchigiano, hanno sapientemente intessuto un confronto a partire da un duplice interrogativo: come comunicavano le prime comunità cristiane e qual è, oggi, l’“eredità” di questo carisma per essere, tutti, in autentica comunione con i fratelli. Sullo sfondo, la frase pronunciata da Papa Francesco il 18 settembre 2021 alla Diocesi di Roma: «È la sorpresa della Pentecoste, quando le lingue diverse non sono ostacoli: nonostante fossero stranieri gli uni per gli altri, grazie all’azione dello Spirito “ciascuno sente parlare nella propria lingua nativa” (At 2,8). Sentirsi a casa, differenti ma solidali nel cammino». In cosa consiste questa sopresa lo spiega in apertura Martinez, rifacendosi ai brani narrati negli Atti degli Apostoli ed evidenziando come «queste genti, nel Cenacolo prima e nella piazza di Gerusalemme poi, sapessero parlare altre lingue grazie alla discesa dello Spirito Santo. In questi episodi c’è la rivelazione di un potere, di una abilità che non apparteiene all’uomo: Dio si è fatto Parola che, infuocata, “cotta” dallo Spirito, ci rende capaci di esprimere l’inesprimibile. Questo è il miracolo che accade a Pentecoste, solo se però accettiamo la venuta dello Spirito in noi». Con uno “sguardo” all’età antica, la Virgili ha sottolineato che «il linguaggio che i primi cristiani parlavano era comprensibile a tutti: questo grande dialogo avviene in una piazza, in un contesto laico dove chiunque poteva accedere e la lingua di Dio, dunque, diventa un mezzo di comunicazione tra tutte le persone provenienti da storie e culture diverse. La differenza con la lingua di Dio che il popolo giudaico custodiva si stabilisce dunque sul luogo: Dio parlava nel tempio e si rivolgeva al suo popolo tramite uomini sacri, i sacerdoti. Oggi, con la Pentecoste – ha aggiunto poi la teologa -, siamo allinizio della storia della Chiesa, perché Dio è uscito dal tempio e parla senza mediazione: la mediazione stessa, infatti, è la lingua degli Apostoli, intesa nelle lingue che ciascuno parlava». Immediata la deduzione che se ne trae: «Dio non ha più impedimenti per raggiungere lumano e si fa Parola per raggiungere, universalmente, l’umanità». Di seguito, il Presidente del RnS ha precisato che «il dono delle lingue non è solo xenoglossia, cioè capacita di parlare una lingua sconosciuta, ma è anche un dono di preghiera, una forma di preghiera contemplativa. È la possibilità che luomo ha di pregare con quella lingua del cuore che, per dirla con le parole di san Paolo VI, ci fa balbettare come bambini in un modo che solo Dio capirebbe, il linguaggio segreto dell’amore a cui Dio ha accesso. Come nellAdorazione, allora, la preghiera contemplativa ci fa entrare in intimità con il Padre, ossia in un contatto più intimo, che produce effetti interiori di comunione, di guarigione e liberazione, tali da insegnarci che Dio è un’esperienza unica: sperimentiamo, difatti, un “grado” d’amore di cui non potremmo godere in una preghiera rituale, formale». Alla luce della drammatica guerra in Ucraina, viene posta inoltre l’attenzione sul valore della pace e del dialogo. «Tra i cristiani delle origini, il desiderio di dialogo prevaleva su quello di doversi difendere» ha affermato Rosanna Virgili, chiarendo che «successivamente, la lingua sarebbe servita come prezioso strumento nella missione cristiana, in una primissima forma di sinodo, compiuta da gente che non conosceva ancora il Cristianesimo. Gli Apostoli furono spesso perseguitati senza però difendersi mai con la violenza, proprio in virtù della Pentecoste, in cui la preghiera è il dono che Dio fa con lo Spirito. Non dimentichiamo mai che le guerre, nella Bibbia, iniziano sempre quando si interrompe la Parola, che è il linguaggio della Chiesa cristiana». Una Chiesa che, attualmente impegnata nel cammino sinodale, dovrebbe tornare ad essere «vera comunità in ascolto», perché è a questo che il Sinodo stesso ci invita: «C’è ancora molto da costruire. Le lingue furono usate ad intra per dialogare, pensiamo al Concilio di Gerusalemme; ad extra, torna alla mente quel che hanno compiuto i missionari, che hanno messo per iscritto le lingue di popoli che parlavano solo oralmente, dando dignità e onore al linguaggio». È Salvatore Martinez, in chiusura, a ribadire che «Pentecoste è la risposta alla Babilonia delle lingue» e a citare san Giovanni Paolo II e la «cultura di Pentecoste, necessaria al mondo per fecondare la civiltà dell’amore, per la quale serve una conversione dei cuori e delle menti». La pandemia, poi, asserisce il Presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, «avrebbe dovuto farci riscoprire il valore della fraternità e della pace, che non sono il frutto di trattati, bensì un dono da coltivare e da educare. Questo oggigiorno manca. Occorre allora ritrovare la capacità di riscoprire ciò di cui il nostro tempo ha bisogno. Lo Spirito questo fa: ci chiede di parlare la lingua del povero, dellemarginato, del povero, del malato di Covid. Così ci troveremo, improvvisamente, più uniti e in grado di superare quelle barriere invalicabili che, al contrario, potrebbero divenire ponti di fratellanza. Non esiste solo un culto spirituale, ma una cultura della Pentecoste, un’estroversione spirituale che ci impegna a stare nella storia come carismatici, ossia come uomini e donne spirituali». E se il Sinodo in atto non è un “Parlamento” bensì un momento in cui lo Spirito ci guida, conclude Martinez, «dobbiamo tornare ad ascoltarLo pregando, dando voce a quella nostra dimensione interiore soffocata da tante voci esteriori, pregando molto, in intima e interiore unione con Dio».

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