Il cammino terrestre verso la luce celeste

Il cammino terrestre verso la luce celeste

Il 28 febbraio di venti anni fa moriva Mario Luzi, poeta in continuo divenire, «estremo principiante», come egli stesso si definì nella fase ultima della sua vita, come a indicare che in ogni fine c’è sempre un nuovo inizio. Credente, la sua fede respingeva i formalismi, autentica, sostanziale ed esistenziale, radicata nella certezza della presenza di Dio e centrata sulla figura di Gesù. Non era un osservante puntiglioso, ma si sforzava di essere un «credente sincero» che vedeva il Verbo incarnato nel quotidiano e dunque viveva una fede che doveva coincidere con la vita, pur con la sua misura di sofferenza e nell’inevitabile scontro tra bene e male.
Di Luciana Leone 

Mario Luzi è un poeta che ha segnato la poesia del Novecento: un intellettuale di grande respiro, partito dalla stagione dell’Ermetismo degli anni ’30, è stato una delle voci che ha fatto della Firenze del tempo una vera e propria capitale culturale europea, nell’epoca, purtroppo irripetibile, delle grandi riviste letterarie. Nasce a Castello, allora frazione di Sesto Fiorentino, il 20 ottobre del 1914, da Ciro, impiegato ferroviario e Margherita Papini. A otto anni scrive i primi versi e più tardi racconta: «Stavo giocando con dei compagni nella strada, nel giardino. Ad un certo punto lasciai la compagnia perché avevo bisogno di andare a scrivere…». Fatte le scuole elementari, dovrà affrontare vari trasferimenti e periodi di lontananza dalla famiglia a causa del lavoro del padre. Dopo il Liceo Classico, studierà Lettere all’Università di Firenze, cominciando una nota frequentazione, presso il Caffè San Marco, con Carlo Bo, Oreste Macrì, Bigongiari, Bargellini, Bilenchi, che saranno gli amici di una vita e che costituiscono il nucleo originario della rivista “Il Frontespizio”, voce del movimento ermetico. La Rivista simpatizzava per il Fascismo e, forse, in quel periodo storico, Luzi non ne disdegnava l’impegno per la diffusione della cultura cattolica e l’intensa riflessione sulla questione esistenziale e religiosa. Quando la Rivista cominciò a militare in modo netto per il Fascismo, Luzi pian piano ne prenderà le distanze. Molto più avanti, sarà molto addolorato dall’accusa di essere stato anche lui un simpatizzante del Fascismo. 
In seguito, entrerà in contatto con Montale, Vittorini, Gadda, letterati della rivista “Solaria”. Dopo le prime, piccole pubblicazioni di critica letteraria, d’arte e di cinema e le prime poesie su Il Ferruccio (1933-35), viene pubblicato La barca, il suo primo libro di poesie. 

Una poetica in divenire, come la vita 

Mario Luzi non sfugge all’immagine del poeta continuamente in ricerca. La sua poesia è un viaggio, un flusso di vita, una tensione continua, un urlo che deve essere espresso. In una intervista al Manifesto, del 1999, affermò: «Il punto di partenza di una poesia è come il baricentro di un piccolo terremoto». Una visione poetica che rispecchia la sua concezione della vita: «una vela umida di destino / chiede a noi un porto profondo». Una barca, quella della vita, sottoposta a fragilità e intemperie che ben si esprime in Avvento notturno, del 1940, una raccolta delle poesie composte tra il 1936 e il 1939, profondamente influenzate dal Simbolismo francese, in particolare da Mallarmé, Rimbaud, Éluard. Già quest’opera lo segnala tra i poeti più ragguardevoli dell’ermetismo. Sono gli anni più duri del Fascismo e l’ermetismo rappresenta forse la via attraverso la quale Luzi prende le distanze dalla vita pubblica. I tratti della sua poetica, in questo periodo, denotano una totale distanza dalla realtà contingente, mentre i tratti stilistici rivelano una consistente presenza di preziosismi formali tipici della poesia ungarettiana. La presenza del fervore religioso e della speranza cristiana attenuano le tinte fosche di un suo certo pessimismo manzoniano. Esiste una onnipresente Provvidenza, una visione salvifica del cattolicesimo, ma il dolore e la malinconia non abbandonano mai la poesia luziana. 

Questa felicità

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Dall’Ermetismo all’osservazione della realtà

Quando, negli anni romani, Luzi lavora presso Il libro italiano, rassegna bibliografica curata dai ministeri dell’Educazione nazionale e della Cultura popolare, frequenta Pratolini, Gadda, Calamandrei e Giorgio Caproni. Il triennio ‘41-’43 è intenso: scrive saggi, traduzioni di opere letterarie, collabora con riviste importanti. Fu il poeta più giovane a essere accolto nell’antologia Lirici nuovi (Milano 1943) di Luciano Anceschi.
Caduto il Fascismo, ripara in Val d’Arno con la moglie in stato di gravidanza e qui nasce il suo unico figlio Gianni, nel 1943.
Con Bilenchi, Parronchi, Manlio Cancogni e Vasco Pratolini si cimenta nella redazione di un manifesto libertario per La Nazione, poi bloccato dalla polizia badogliana. In Quaderno gotico (1947), passati gli orrori della guerra, affiorerà il tema dell’amore che, intanto, ha incrociato la sua vita con il matrimonio e la paternità. Rientrato con la famiglia a Firenze dopo la liberazione, dal 1945 si dedicherà all’insegnamento, nei licei e, dal 1955, all’università, senza mai trascurare il lavoro di critico su varie testate quotidiane e periodiche (negli anni Sessanta collabora con diversi quotidiani, come il “Corriere della Sera” e in seguito il “Giornale” di Indro Montanelli), di traduttore dall’inglese e dal francese e di poeta. Le raccolte poetiche pubblicate dal 1946 in poi sono quelle che lo consacrano artisticamente in Italia e all’estero: Un brindisi (1946), Quaderno gotico (1947), Primizie del deserto (1952), per cui riceve il Premio Carducci, Onore del vero (1957), che gli merita il Premio Marzotto, Dal fondo delle campagne (1956). L’evoluzione del poeta, nel ventennio ‘40-’60 si concentra sempre di più sull’osservazione della realtà: la sua poesia diventa più discorsiva, con elementi narrativi tipici del parlato, più dinamica e comunicativa. È un cambiamento ottico e, insieme, una svolta linguistica. La metafora, l’astrazione cedono il passo al realismo della coscienza. Un percorso che fu certamente influenzato da figure come quella di Vittorio Sereni e dal forte dibattito letterario sulla funzione della poesia e della letteratura in riferimento alle trasformazioni sociali e culturali dell’epoca, che trovò in Pasolini uno dei più grandi interpreti. L’esito più evidente di questo processo è l’opera più sorprendente di Luzi, Nel magma, pubblicato nel 1963, una delle raccolte italiane più importanti del secolo scorso. L’uomo è rappresentato nel suo quotidiano, di cui è autore e agente, mentre affronta le varie crisi dell’esistenza: la resilienza e le delusioni politiche, la sofferenza, la malattia, la monotonia della vita, in una sorta di mondo dantesco che, come egli stesso dirà, «non è un mondo di dannati, ma di gente sospesa e disorientata; il valore etico è purgatoriale, ma la realtà ha colori decisamente infernali». Lo stile è dialogico, a metà tra poesia e racconto: in due poesie Luzi mette in luce la crisi di coppia, con le sue incomunicabilità e inquietudini: L’uno e l’altro In due.

Due stralci da L’uno e l’altro e In due

  • «Rimanere fedeli, legare agli altri il destino,
    questo conta pur qualcosa» insiste lui
    torcendo in una smorfia dubbia il viso,
    il suo viso di uomo nel torto.
    «Questo conta pur qualcosa» risponde lei
    sopra pensiero, e guarda fuori l’opera del vento
    da un capo all’altro della valle lasciata a pascolo.
    L’uno e l’altro 
  • «Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
    quando non è più crescita
    né moltiplicazione gioiosa d’ogni bene,
    ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
    ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da un brivido,
    a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per comodo.
    «Anche questo è amore, quando avrai imparato a ravvisarlo
    in questa specie dimessa,
    in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho paura
    e un po’ vergogna, quelle mani ossute
    e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito spicciando.
    In due

Su fondamenti invisibili (l’ultimo ventennio)

È questo il titolo di una raccolta uscita nel 1971, anno cruciale per la società italiana. In quell’anno si pubblicano Satura di Eugenio Montale, dove l’autore pone il tema del fine ultimo in rapporto alle cose; Trasumanar e organizzar, dove Pasolini inquadra una società che rischia di perdere sé stessa, in un periodo in cui il “manifestar” e “organizar” minava il rapporto tra l’io e il mondo; infine, Su fondamenti invisibili, dove Mario Luzi, con un linguaggio diretto e molto contemporaneo, legge la realtà conflittuale, sempre tenendo fisso lo sguardo sull’Infinito. Il suo senso cristiano gli fa interpretare la vita come l’andare verso un fine, in un cammino travagliato, incerto ma sorretto dall’idea che ci sia un senso ultimo dell’esistenza e che in base a questo senso saremo giudicati. I fondamenti invisibili sono i due estremi della vita, il bene e il male, l’abisso e il cielo; la vita non è altro che vita, ma proprio per questo allude necessariamente a qualcos’altro. Negli anni ‘70-’80 è incaricato di letterature comparate al magistero dell’Università di Urbino (1972-81); pubblica Al fuoco della controversia (1978); vince il concorso per l’ordinariato di letteratura francese al magistero di Firenze (1981-82) e riceve premi e riconoscimenti: nel 1985 il Premio Montale, nel 1987 il Premio Feltrinelli. Rimane al Cesare Alfieri fino al pensionamento.
Nel 1989 esce la raccolta dei suoi saggi, Scritti. Negli anni ‘90 pubblica Frasi incise di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), Sotto specie umana (1999). 

Vola alta, parola

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La coscienza politica 

Negli anni Novanta si fa strada anche un forma più esplicita di impegno politico: nel 1991, anno della prima guerra del Golfo, esprime pubblicamente il proprio dissenso al ritorno alla pratica armata; nel 1996, in occasione delle elezioni politiche, si schiera pubblicamente a favore dell’Ulivo. In un’intervista a Eugenio Manca, ravvisa positivamente la morte delle ideologie, ma denuncia anche la nascita dell’«ideologia della grettezza», del «rinchiudersi dentro il proprio particulare», in cu vede lo spazio di manovra per le suggestioni autoritarie delle mafie, dei narcodollari, del crimine, dei capitali oscuri.
Nel maggio del 1999 è estensore del documento di protesta Svegliati Europa umiliata, esci dalla follia sanguinaria pubblicato sul “Manifesto” il 23 maggio contro la guerra della NATO in Serbia, che viene sottoscritto da intellettuali europei Harold Pinter, Rafael Alberti, Carlo Bo, Fernanda Pivano. Nello stesso anno, Papa Giovanni Paolo II gli chiede di comporre un testo per la Via Crucis. Nel decennale dell’omicidio di Don Giuseppe Puglisi compone il testo teatrale Il fiore del dolore, messo in scena da Pietro Carriglio al Teatro Biondo di Palermo nel marzo 2003. Potentissimo il senso della Raccolta: anche nei momenti più bui della parabola umana, Dio si fa presente attraverso uomini straordinari le cui vicende drammatiche si sublimano nel salvifico mistero divino. 
Nel 2004, al suo novantesimo compleanno, viene nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, noina per la quale scrive un intensissimo discorso che non riuscirà a pronunciare. Pubblica nello stesso anno la raccolta Dottrina dell’estremo principiante. Nel 2005 muore a Firenze, dove viene seppellito nella Basilica di Santa Croce. Nel 2008 viene pubblicata la raccolta postuma Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime. 

Da Lasciami, non trattenermi

Lasciami, non trattenermi
nella tua memoria
era scritto nel testamento
ed era un golfo
di beatitudine nel nulla
o un paradiso
di luce e vita aperta
senza croce di esistenza

Da Il fiore del dolore 

In morte di don Pino Puglisi
«Guardiamo nel panorama umano che prodigiosa simmetria:
dove è più nero l’abominio sorgere l’astro più radioso
il genio e la energia della testimonianza
prorompere dal più reietto stato dell’umanità perseguitata:
tutto questo abbiamo visto nell’epoca dei mostri:
i Kolbe, i don Milani, ed ecco il nostro padre Giuseppe
morto ammazzato nella sua irresistibile passione».

 

Sulle Torri Gemelle

L’impegno civile percorre tutta la vita del poeta, come testimonia anche la poesia scritta in occasione dell’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001:
Dimettete la vostra alterigia
sorelle di opulenza gemelle di dominanza,
cessate di torreggiare
nel lutto e nel compianto
dopo il crollo e la voragine,
dopo lo scempio.
Vi ha una fede sanguinosa
in un attimo ridotte a niente.
Sia umile e dolente,
non sia furibondo
lo strazio dell’ecatombe.
Si sono mescolati
in quella frenesia di morte
dell’estremo affronto i sangui,
l’arabo, l’ebreo,
il cristiano, l’indio.
E ora vi richiamerà
qualcuno ai vostri fasti.
Risorgete, risorgete,
non più torri, ma steli,
gigli di preghiera.
Avvenga per desiderio
di pace. Di pace vera.

Il rapporto con la fede e l’attesa della luce 

Come abbiamo già intravisto, il rapporto con la fede di Mario Luzi non è mai in discussione. È fatto di chiaroscuri, è dinamico, sempre in tensione; una tensione morale che attraversa la sua vita e le sue opere e si muove verso una luce superiore. Nell’opera Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Luzi propone con una metafora il viaggio della vita mettendo in cammino il pittore senese Martini verso Siena, alla ricerca della fonte della luce che ha impresso nelle sue opere: «Alba, quanto fatichi a nascere! […]/ O sono io non pronto / ancora / al tuo miracoloso avvento…». La trascendenza, la presenza del Creatore nell’universo, l’incarnazione del Figlio sono l’ossatura delle sue convinzioni religiose. Afferma: «Per me il Dio cristiano è un Dio di cui non si possono dire gli attributi, le virtù. Il cristianesimo ha il Cristo, è nel Cristo. Se questa divinità si è messa sul piano degli uomini con questo emissario – Gesù – è il colmo della bontà, dell’interesse per l’uomo. Il Cristo è interessante e nutritivo per tutti». Il suo pessimismo latente, che non è mai disperazione, piuttosto consapevolezza del dolore e del male, è sempre calmierato dall’ottimismo della fede. 
La sua ultima raccolta, Dottrina dell’estremo principiante, scritta a cavallo dei novant’anni, dove trovano spazio i temi consueti (l’osservazione della realtà, i tormentati percorsi umani, la natura, l’amore, l’attaccamento alla vita) è quasi completamente centrata sulla sua visione religiosa. Nella poesia 8 della IV sezione, mentre descrive il suo deperimento fisico, tiene alto il senso ultimo della vita: «O forse a un dato tempo / l’attenzione del cuore viene meno, i sensi si attutiscono, l’amore / inaugura altre vie di terra / e cielo per approssimarsi/ al fuoco che lo muta». Bellissime le poesie sulla Natività di Cristo e sulla sua Passione. Forse la poesia che più esprime la sua teoria dell’eterno ritorno, è n. 10 della IV parte, di cui riportiamo l’incipit e il finale: «(L’Essere) attimo di universale compresenza. / Ritorna l’acqua alla sorgente, / il grano alla sementa, il fatto alla sua pura potenza, rimonta la prole al primo vago/ commovimento di materna voglia […] Eppure, / eppure strema questo pensiero/ una inconsolata orfanità. / Mondo che sei creato, / quindi dal tuo creatore/ infinitamente separato”). L’orfananza di Dio genera nell’uomo la speranza del ritorno alla casa del Padre. 

Mistica e poesia 

La fede non accorcia di un centimetro la strada faticosa della ricerca della verità («combattimento, questa è l’essenza, secondo me, del Cristianesimo», dice), ma Luzi incoraggia alla speranza, alla capacità insita nell’uomo di superare il male. Egli individua tra i compiti della poesia il potere di risvegliare le coscienze: «La poesia ha il potere di chiamare l’uomo a sé stesso… perché si insinua nella cultura di un’epoca e la lavora». La parola umana e la Parola che è Cristo provocano una consonanza cristiana nel vivere con onestà e solidarietà: «La parola è tutto: è il Verbo. È il segno primario del divino nell’uomo. (…) La parola è la via per trasmettere ad altri il capitale di sapienza umana acquisito che consente di progredire». Dunque, Parola maiuscola e parola minuscola e poesia come salvezza: «Non solo per la poesia in sé – dice a Rocchetti -, ma come concezione fondante del parlare e dell’ascoltare. La poesia non solo come atto creativo, ma anche come dimensione dell’umano che si esprime per qualcuno che ascolta. Questa dimensione è in pericolo, ma se la poesia resiste, e se resiste l’umano, allora ci potrà essere salvezza. Almeno lo spero». Il poeta interpreta per ogni uomo la parola scritta nel libro del mondo e orienta al bene. Ciascuno e tutti, insieme: «Se è minima la parte di ciascuno, sarà splendido il poema». 

La Via Crucis del 1999 

Mario Luzi è stato l’autore del testo della Via Crucis del 1999, guidata da Giovanni Paolo II, nella suggestiva cornice del Colosseo. A proposito di quella esperienza, il poeta racconterà in un’intervista a Daniele Rocchetti: «Di fronte alla proposta provai sgomento: mi rendevo conto dei miei limiti […]. Per non parlare delle questioni di coscienza: cerco di essere un credente sincero, ma non sono un osservante minuzioso. Dubitavo di essere all’altezza morale e di avere la fede e la buona fede necessarie, l’autenticità e la sincerità. Ho dovuto fare un esame di coscienza non facile. […] Ma scrivere per il Papa… Dissi pertanto di no alle insistenze dell’ambasciatore e del vescovo Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie. Accompagnandoli alla porta, mi venne però un’idea… Avrei cioè potuto impostare questo lavoro da un punto di vista del tutto umano e mi balenò in mente questa idea del parlato di Gesù…». Il testo di Luzi, infatti, è un monologo di Gesù stesso che si rivolge al Padre, dal quale emerge il perdurante scontro tra il bene e male. «Sono convinto – precisò nella stessa intervista – che senza la Resurrezione tutto sarebbe stato fatto invano e avremmo veramente perduto il nostro tempo, avremmo sofferto e saremmo stati tribolati inutilmente».

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