In Sud Sudan, dove la solidarietà non perde la speranza

Il nome di mons. Christian Carlassare è rimbalzato spesso tra i media negli ultimi anni. Missionario comboniano, al momento della sua elezione è infatti il più giovane Vescovo cattolico italiano. Nato a Schio (VI) nel 1977, nel 2004 viene ordinato sacerdote a Verona. Parte quindi per il Sudan del Sud e dal 2006 al 2016 è prima vicario parrocchiale e poi parroco nello stato di Jonglei. Per la sua Congregazione, dal 2017 al 2019 è vice-provinciale in Sudan del Sud. Nel 2020 viene nominato vicario generale della diocesi di Malakal e l’8 marzo 2021 Papa Francesco lo nomina Vescovo di Rumbek. Poi, il grave fatto destinato a rimanere tristemente nella memoria. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 2021, infatti, fanno irruzione nella sua canonica due uomini armati che, picchiandolo, sparano alle gambe di mons. Carlassare. Da ogni caduta però ci si rialza, e il 25 marzo 2022 don Christian riceve l’Ordinazione episcopale. Il 3 luglio 2024 Papa Bergoglio lo nomina primo Vescovo di Bentiu, Diocesi di cui prende possesso l’11 agosto. C’è un filo rosso, inoltre, che lega spiritualmente la sua missione alla figura di Giuseppina Bakhita, nata intorno al 1869 proprio in un piccolo villaggio del Sudan occidentale (nel Darfur) e proclamata Santa da San Giovanni Paolo II il 1° ottobre del 2000. Con Carlassare oggi parliamo di solidarietà e di evangelizzazione, tratteggiando insieme l’importanza che per la realtà in cui opera in Africa hanno i contributi provenienti dall’8xmille – ed erogati attraverso Caritas Italiana, in collaborazione con la rete ecclesiale -, e il senso di una vicinanza nella preghiera che, anche attraverso l’impegno del Rinnovamento, supera con la fede e la speranza ogni confine geografico.

Eccellenza, partiamo dall’intenso e significativo Viaggio apostolico di papa Leone XIV compiuto di recente in Algeria, Camerun e Angola. Stampa e Social ci hanno consegnato frame a dir poco impattanti sul senso delle tre tappe toccate dal Pontefice, che anche nel volo di rientro in Vaticano ha ribadito: «Io vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa cattolica, per stare con, per celebrare con, per incoraggiare e accompagnare tutti i cattolici africani». Alla luce di queste parole, per chi, come lei, svolge un’azione missionaria in quella terra cosa ha rappresentato questa visita?

La visita di papa Leone XIV in Africa è stato un gesto chiaro di una Chiesa che sceglie di stare nelle periferie del mondo. Infatti, in un mondo che misura il valore dei popoli in base al peso economico, questo viaggio ha rovesciato la prospettiva: i cosiddetti “margini” diventano centro. Non perché idealizzati, ma perché lì la vita si manifesta nella sua verità più cruda e proprio per questo più evangelica. Allora bisogna dare voce all’Africa e conoscerla di più. Non è solo povertà, malattie e guerre. Le Chiese africane non sono comunità solo “da assistere”, ma soggetti vivi della missione. Qui la fede non è un fatto culturale o una tradizione: è scelta, resistenza, speranza concreta. Oggi la missione non parte più da un centro verso una periferia, ma si vive nelle frontiere umane, sociali ed esistenziali, dove la Chiesa è chiamata a essere presenza di fraternità, giustizia e pace. La visita del Santo Padre ha confermato che l’Africa non è soltanto destinataria della missione, ma protagonista del futuro della Chiesa universale.

Di recente lei ha preso parte, intervenendo, al 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane svoltosi a Sacrofano (RM) sul tema “Imparate a fare in bene, cercate la giustizia (Isaia, 1,17). Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano”, dove ha portato la sua testimonianza come Pastore impegnato nel Sud Sudan. Quale scenario è stato condiviso, in termini di povertà e solidarietà?

Ho parlato di un popolo che continua a vivere grandi sofferenze ma anche una straordinaria capacità di resilienza. Il Sud Sudan è segnato da povertà diffusa, instabilità politica, conflitti locali, emergenze climatiche e carenza di servizi essenziali come scuole, ospedali e infrastrutture. Tante famiglie vivono ancora le conseguenze della guerra, mentre molti giovani rischiano di perdere fiducia nel futuro. Ma accanto a queste ferite esiste anche una rete di solidarietà molto forte, spesso silenziosa, che nasce dalle comunità locali, dalle parrocchie, dai catechisti, dai missionari. La Chiesa in Sud Sudan non è soltanto un’istituzione religiosa: è spesso uno dei pochi punti di riferimento per l’educazione, la riconciliazione e la promozione della dignità umana. In molte aree dove lo Stato fatica ad arrivare, la Chiesa continua a essere presenza concreta di speranza.

Annunciare il Vangelo significa quindi anche promuovere giustizia, pace e sviluppo umano integrale. Non possiamo separare la fede dalla vita delle persone. Per questo la missione della Chiesa oggi passa attraverso l’ascolto delle sofferenze della gente, la difesa dei più vulnerabili e la costruzione di relazioni riconciliate tra comunità spesso divise dalla violenza e dalla paura. La solidarietà internazionale resta fondamentale, ma è importante che non si riduca all’assistenza. Il vero aiuto nasce quando si cammina insieme valorizzando le risorse locali che sono le persone stesse senza frustrare le loro capacità. È questo lo stile evangelico che cerchiamo di vivere ogni giorno in Sud Sudan

Parliamo di 8xmille e dell’importanza di una semplice ma decisiva firma che può fare la differenza. Sensibilizzando i lettori, può aiutarci a comprendere che valore ha il sostegno alla Chiesa Cattolica in un contesto delicato come quello africano?

In un contesto come quello del Sud Sudan, il sostegno dell’8xmille alla Chiesa Cattolica significa molto più di un aiuto economico: vuol dire presenza, vicinanza e speranza concreta per migliaia di persone. L’impegno di evangelizzare si declina anche nel sostenere percorsi scolastici con scuole di diverso grado per dare speranza ai giovani, progetti di riconciliazione in comunità segnate da povertà e conflitti, iniziative che promuovono dialogo, giustizia riparativa e pace, promozione della donna e di progetti sostenibili, oltre che la cura della salute e dell’ambiente. In un Paese segnato dai cambiamenti climatici, insegnare a coltivare e proteggere le risorse naturali significa costruire pace e futuro. Spesso la Chiesa è l’unica realtà capace di raggiungere tutti, accompagnare i più fragili e costruire relazioni dove ci sono divisioni e violenza. Ogni firma all’8xmille diventa così un gesto semplice ma capace di trasformarsi in opportunità di vita, istruzione e dignità per tante famiglie. Una firma per l’8xmille non è giusto “fare beneficenza”, bensì partecipare alla missione della Chiesa di evangelizzare rimettendo al centro la dignità della persona umana.

Il mondo occidentale guarda a questo Continente con sempre maggior attenzione. Sono ben note le urgenti esigenze per una promozione umana, un adeguato sviluppo economico e un percorso sanitario che possano restituire dignità ai bisogni della popolazione. Eppure, l’ombra dello “sfruttamento” delle risorse aleggia sempre…

Il problema non è che il Sud Sudan manchi di risorse: il problema è che troppo spesso le risorse diventano motivo di sfruttamento invece che strumento di sviluppo umano. Il petrolio, la terra, l’acqua dovrebbero generare scuole, ospedali, strade, lavoro dignitoso. Invece alimentano interessi economici, divisioni politiche, corruzione e conflitti armati. Le risorse non generano ricchezza, ma povertà. Quando un Paese vive continuamente in emergenza, dipendente dagli aiuti umanitari e segnato dalla violenza, qualcuno finisce sempre per trarne vantaggio. Per questo, serve una conversione non solo politica ed economica, ma anche e soprattutto morale e spirituale, mettendo al centro la persona umana e non il profitto. Il Sud Sudan non ha bisogno di essere compatito, ma accompagnato in un cammino di pace, educazione, responsabilità e fraternità.

Il Rinnovamento, come dichiarato dal presidente nazionale Giuseppe Contaldo a margine della 48^ Convocazione nazionale dei Cenacoli, Gruppi e Comunità (Rimini, 1-3 maggio 2026), non può «essere più un Movimento di mantenimento, ma siamo chiamati ad essere un movimento missionario che va verso, i bisogni del mondo». In che misura, a suo avviso, la preghiera e l’opera evangelizzatrice del Movimento, e della sua corrente di grazia, può raggiungere anche i cattolici della sua Diocesi di Bentiu e non solo?

Credo che lo Spirito Santo chieda alla Chiesa il coraggio di mettersi in cammino: una Chiesa in uscita, solidale con chi soffre, povera e con i poveri, capace di portare luce, consolazione e speranza nelle ferite del mondo. In Sud Sudan la gente ha sete non solo di pane, sicurezza o servizi essenziali, ma anche di speranza, riconciliazione e consolazione spirituale. Dopo anni di guerra, violenza, sfollamenti e sfruttamento delle risorse, molte persone portano dentro ferite profonde. Per questo la preghiera autentica, l’evangelizzazione e la fraternità possono diventare una forza concreta di guarigione personale e sociale. Auspico che il Rinnovamento non raggiunga la diocesi di Bentiu solamente attraverso progetti e donazioni, ma creando relazioni fraterne, scambi ecclesiali, percorsi di formazione e soprattutto una comunione spirituale che faccia sentire che siamo un unico corpo in Cristo. Missionari del Rinnovamento potrebbero aiutare, oltre alle opere, a ravvivare la spiritualità, la formazione dei laici, la vicinanza alle famiglie, ai giovani e ai più poveri.

Infine, lo scorso dicembre, per volere della Conferenza Episcopale Italiana, è stato deciso lo stanziamento di 400mila euro dai fondi dell’8xmille per interventi in Sudan e Sud Sudan, per far fronte alle emergenze umanitarie. Come ha dichiarato il card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, questo sostegno economico «dice la volontà della Chiesa in Italia di farsi prossima a tutti, a qualunque latitudine si trovino. Solo pensandoci insieme e nella solidarietà troviamo le soluzioni comuni».

Non sapevo di questo stanziamento, e ne sono profondamente lieto. È un segno concreto di attenzione e di vicinanza della Chiesa in Italia verso il popolo del Sud Sudan. Oggi il Sud Sudan conta otto diocesi, tutte confrontate con enormi sfide pastorali, sociali e umanitarie. Eppure, proprio in queste situazioni dove si sperimenta la nostra povertà la solidarietà diventa una luce di speranza. Questo sostegno non rappresenta soltanto un aiuto economico, ma anche un incoraggiamento morale e spirituale. Ci ricorda che la Chiesa è davvero una famiglia universale, capace di condividere le ferite e le speranze dei popoli. Il non sentirci soli ci dona conforto e ci sprona ad avere il coraggio di non lasciare le cose come sono, ma di continuare a costruire percorsi di riscatto e pace.

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