Il suo vero nome è Giacomo Manzoni:
nasce a Bergamo il 22 dicembre 1908 in una famiglia umile
e molto numerosa, in condizioni economiche precarie.
Il padre è calzolaio e serve come sagrestano
presso il convento delle suore di clausura di San Benedetto.
Queste le origini di un artista molto prolifico,
considerato uno dei massimi protagonisti del dialogo
tra arte e fede nel secolo scorso.
«Manzù è nel suo tempo, fuori dal suo tempo, saldamento ancorato a quei valori eterni che non ha mai dimenticato» (Cesare Brandi).

Manzù con la sua opera Figura femminile.
Gli inizi
È giovanissimo Giacomo Manzù quando, a causa delle difficili condizioni economiche familiari, è costretto ad abbandonare gli studi e a cominciare a lavorare presso un intagliatore e doratore. Più tardi, si iscriverà però ai corsi serali di arte plastica della Scuola Andrea Fantoni di Bergamo.
Da militare, a Verona, frequenta di tanto in tanto l’Accademia d’Arte Cignaroli. Nel 1929 raggiunge Parigi, meta di tutti gli artisti, costretto però a rientrare presto in Italia a causa delle difficoltà economiche. Nel 1930 si stabilisce a Milano e prende parte a una prima mostra collettiva. Sarà però il 1932 l’anno che vede la prima, vera affermazione: espone insieme a Birolli, Cortese, Grosso, Sassu e Tomea presso la Galleria del Milione di Milano: qui la Rivista “Domus” lo nota e gli dà risalto. La svolta decisiva è rappresentata dalla realizzazione, insieme all’architetto Giovanni Muzio, della Cappella dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: le opere qui realizzate gli guadagnano un riconoscimento nazionale, anche grazie a una monografia a lui dedicata da Giovanni Scheiwiller e all’inserimento del suo nome nella raccolta Artisti curata da Sandro Bini su artisti esordienti. Inizia la collaborazione con la rivista fiorentina “Il Frontespizio”, pubblicando disegni dal tratto rigorosamente lineare. Dal 1933 l’artista comincia a dedicarsi alla realizzazione di decorazioni pittoriche di ville, cappelle funerarie, bassorilievi, fino a tenere nel mese di agosto, a Selvino, la sua prima personale, con pitture, sculture, disegni, ritratti, opere di arte sacra che, da qui in poi, costituiranno il motivo ispiratore più importante della sua arte.
Le mostre cominciano a susseguirsi e prosegue anche la sua attività grafica.
La svolta artistica
Una delle opere che segna una svolta artistica decisiva è certamente la scultura de La dormiente, esposta nel 1935 alla VI Mostra Sindacale interprovinciale di Milano: dalle tendenze arcaiche degli inizi, l’artista si muove verso tratti più lirici, espressivi, sentimentali e questo cambiamento viene immediatamente notato dalla critica: Sandro Bini, sulla rivista “Arte Cristiana”, sottolinea il contributo dato dal «giovane artista alla formazione di un’arte sacra moderna». Nel 1934 sposa Antonia Oreni dalla quale avrà tre figli. Il matrimonio durerà sino al 1954. Dal 1936 arrivano riconoscimenti e si susseguono mostre: Parigi, New York, Buenos Aires, Berna, Milano, fino all’allestimento di una sala di dieci sculture alla XXI Esposizione Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Tra le opere più importanti, il Crocifisso, la scultura in bronzo Davide, le sculture Adolescente e Testina. Il successo, testimoniato dall’attenzione della critica, è confermato dall’acquisto, da parte del Ministero dell’Educazione Nazionale, per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, della scultura in cera Susanna. Nel 1938 inizia la serie dei Cardinali, tema iconografico di tutta la sua carriera, di cui produrrà oltre 300 versioni, differenti per dimensioni, posizione e materiali, di cui il Cardinale seduto (1974-75) rimane la più nota. Da ricordare oltre ai tanti bassorilievi e opere plastiche, la scultura in cera Susanna, il David, una gracile figura di giovinetto che contraddice la rappresentazione classica dell’eroe, interpretando uno dei momenti culturalmente più alti della riflessione dell’artista, e poi le Deposizioni e le Crocifissioni per la serie Cristo nella nostra umanità, in cui il tema sacro viene usato per simboleggiare prima la brutalità del regime fascista e poi gli orrori della guerra: l’esposizione delle opere a Milano nel 1942, verrà, però, severamente criticata dalle autorità politiche ed ecclesiastiche. Nel 1940 ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, poi all’Accademia Albertina di Torino. Il suo nudo Francesca Blanc vince il premio della Quadriennale di Roma del 1943.
Una produzione feconda
Nel dopoguerra torna ad insegnare all’Accademia di Brera fino al 1955 e quindi alla Sommerakademie di Salisburgo. Qui conosce Inge Schabel
che diventerà la sua compagna di vita e la sua musa, con la quale avrà due figli, Giulia e Mileto. In quel periodo inizia a lavorare, insieme ad Alfredo Biagini, alla realizzazione della Porta della Morte per la Basilica di san Pietro in Vaticano, compiuta solo nel 1964: un’opera che diviene il simbolo uno stile che pur dialogando con la tradizione, ne respinge i fondamentalismi accademici. Nel ventennio ’50-’70 collabora con la fonderia MAF di Milano, realizzando sculture e lavorando sul nuovo tema della Madre con bambino; realizza inoltre la Porta dell’Amore per il Duomo di Salisburgo. Partecipa a mostre di levatura mondiale, al V Festival dei Due Mondi, a Spoleto, presenta le sculture in bronzo Pattinatrice del 1958, Cardinale del 1959 e La grande chiave del 1959. Lavora anche come scenografo. Realizza la Porta della Pace e della Guerra per la chiesa di Saint Laurens a Rotterdam; realizza i ritratti della moglie a figura intera e opere come l’Artista con la modella (rilievo), gli Amanti. Nel 1973 espone la sua personale presso il Museo di Arte Moderna di Tokyo; nel 1977 realizza il Monumento al partigiano a Bergamo. Nel 1979 Manzù dona le sue opere allo Stato italiano e nel 1989, a New York, viene inaugurata una scultura in bronzo di 6 metri di fronte alla sede dell’Onu. Muore nella sua villa-museo a Campo del Fico, il 17 gennaio 1991.
L’orizzonte della fede
Non è possibile dire di Manzù che fosse un credente convinto, tanto meno un praticante. Molti commentatori lo definiscono ateo e comunista. La sua scelta politica, tuttavia, come egli soleva ripetere, era motivata più da ragioni umane che ideologiche, perché legata alla sua ribellione contro la povertà, le ingiustizie, la dittatura fascista. In quanto alla fede, la sua formazione è certamente cattolica: adolescente, accanto al padre, custode del Monastero di San Benedetto e sagrestano in Sant’Alessandro, a Bergamo, respira spiritualità. Ragazzo, lavora nel cantiere ambrosiano, e viene poi descritto come «credente per formazione familiare e per intimo convincimento, portato per sincera inclinazione a dar vita a sacre figurazioni» (Lamberto Vitali nel ’33). Viene chiamato da padre Gemelli a lavorare per la cappella dell’Università Cattolica: Lorenzo Ornaghi, aprendo il saggio edito nel 2004 da Vita e Pensiero, Manzù in Università Cattolica, spiega che l’artista vive «il tempo della quotidianità con un ieri che ritorna ogni volta e senza sosta, perché ha in sé la vera radice dell’eternità» e che al suo tentativo di coniugare antico e moderno «sono affidate quasi tutte le possibilità di preparare confidenti il futuro».
C’è dunque un filo rosso del “sacro” che parte dalla fanciullezza e in qualche modo attraversa la produzione dello scultore: come non ritenere parte di questo percorso la serie delle Crocifissioni (1939- 1942), come anche quella dei Cardinali, a fronte di rapporti molto intensi con don Giuseppe De Luca, con Giovanni XXIII, con Giuseppe Sandri, mons. Loris Capovilla, il cardinale Gustavo Testa. Fino ad arrivare alla realizzazione della Porta della Morte per San Pietro.

1964, Basilica di San Pietro. Manzù davanti alla sua opera: “La porta della morte”.
Con l’erudito prete romano De Luca, la relazione fu feconda di ispirazioni, in una dialettica che si interrogava su come la modernità nel linguaggio artistico potesse in qualche modo influenzare un rinnovamento ecclesiologico. Giuseppe De Luca era un prete romano vicino ad artisti e scrittori in partibus infidelium. Fondatore delle Edizioni di Storia e Letteratura e dell’Archivio Italiano per la storia della pietà, fu amico sincero di Manzù, suo consigliere e intermediario con la Curia romana.
Critici e storici come Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan rintracciarono nelle opere di Manzù, sempre in dialogo tra antico e moderno, la capacità di restituire attraverso l’immagine la proposta del messaggio evangelico, ma anche il rimando al rapporto tra il suo mondo interiore e ideale e il mondo della Chiesa cattolica. La sua ribellione alla guerra, come anche in Mirò e in tanti altri artisti dell’epoca, si concreta nella rappresentazione del dolore del Cristo, figura di tutti gli uomini perseguitati e uccisi. Se anche alcune sue opere furono oggetto di grandi critiche da parte del mondo ecclesiale, fondamentale fu, come abbiamo detto, il ruolo di don De Luca, che leggeva nella sua arte scultorea il paradigma della pietà. Esiste un frammento di un testo scritto dal prete, in difesa di Manzù, che nel ’42 afferma: «Perché vedere incaponirsi a fare, per così dire in casa, anzi in sagrestia, un pensiero cattolico, un’arte cattolica, un’azione cattolica, e non entrare nel pensiero nell’azione degli uomini? E ciò che è umano, non è perciò stesso cristiano, perché chiamato a esserlo dall’unico autore che noi confessiamo dell’umanità e del cristianesimo […] Dobbiam ridurre la morale di Cristo eterno e della Chiesa due volte millenaria a una tariffa daziaria, o non è invece il segreto fuoco di ogni nostra luce? La morale cattolica è soltanto freno, non è stimolo, anzi vita? [.. ] Inoltre si dice: ma ogni soggetto religioso dev’essere per la venerazione e il culto. No, cari signori. Il cristianesimo è per l’uomo, non per la liturgia. La liturgia è per il cristianesimo».

1933, Dormiente, Giacomo Manzù.
Il rapporto con papa Roncalli

Papa Giovanni XXIII, mentre posa
per la realizzazione del proprio busto
commissionato da lui stesso a Manzù.
Si incontrano, grazie alla mediazione di don De Luca, nel ’56, a Venezia, durante la XXVIII Biennale. Allora Roncalli è patriarca di Venezia e Manzù, dal ’58 in poi, dopo la salita al soglio di Pietro, comincia a ritrarre il Papa nel bronzo. Sarà proprio Giovanni XXIII a convincerlo a riprendere il lavoro alla Porta per la basilica vaticana sul Trionfo dei Santi e dei Martiri. Manzù non aveva intenzione di riprendere il lavoro a causa della commissione vaticana che, secondo lui, non gli avrebbe garantito libertà di espressione. Il Papa, però, gli assicurò che avrebbe avuto piena autonomia e così la Porta fu realizzata. All’ex segretario di papa Roncalli, mons. Loris Capovilla, confidava: «Io sono nelle mani del mio mestiere e tu sei nelle mani di Dio, ma la mia preghiera di lavoro somiglia alla tua, o per lo meno è vicina nello spirito». Nel 1968 Curtis Bill Pepper scrive il libro An Artist And the Pope: l’artista è Giacomo Manzù e il Papa menzionato nel titolo è Giovanni XXIII, suo conterraneo e amico personale, che si interessò all’uomo e alla sua anima prima ancora che all’artista e che sinceramente gli volle del bene.
Il filo rosso della fede in alcune mostre

1937. La Susanna,
Giacomo Manzù.
Maurizio Calvesi, nella mostra itinerante Manzù e il sacro del 1991, così come Claudio Strinati e Livia Velani, in quella del 2002 a Palazzo Venezia Manzù l’uomo e l’artista, sono stati tra i primi a esplorare i punti di contatto tra la fede e l’arte in Manzù, poi approfonditi anche nell’ultima esposizione, Giacomo Manzù 1938-1965. Gli anni della ricerca, (a cura di Rodeschini e Cattaneo) alla Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo nel 2008. Così anche nella mostra «Giacomo Manzù e il Concilio Vaticano II» che, alla presenza di monsignor Ernesto Vecchi – presidente della Fondazione Lercaro – si è svolta nel 2013 a Bologna, con il fine di mettere in luce il modo singolare in cui Manzù, attraverso l’arte, esprimesse la volontà di rinnovamento conciliare se pure nel solco della tradizione.
La Messa funebre di Manzù si svolse in San Giovanni in Laterano. In quella occasione si accennò con molta discrezione all’incontro finale dello scultore con Dio (era stato monsignor Donato De Bonis a prendere, tra le sue, le mani di Manzù morente; sarà questi a confidare a monsignor Loris Capovilla, di aver sentito «scorrere nuovamente le acque battesimali sul capo dell’artista».

(Giacomo Manzù, dedica incisa sul retro del Monumento al partigiano, 1977).
La disciplina morale
Lettera di Giacomo Manzù al figlio PioCarissimo Pio, ora che ti appresti a partire ed inizi i primi passi decisivi per quello che sarà la tua vita, mi permetto di raccomandarti i seguenti punti. Non temere la solitudine perché è in essa che i nostri propositi si fortificano; Segui solo il difficile, non lasciarti tentare dal facile: il difficile è virile e può portare anche al miracolo; il facile è per i pigri e i pavidi. Fa’ che ogni tua azione sia sollecitata dalla bellezza, dalla onestà e che sia sempre avvolta nell’umiltà e nella bontà! La bontà, la chiarezza, la sincerità e il coraggio devono essere i pilastri dei tuoi pensieri, e soprattutto tieni bene fisso nella mente, che con la bontà si può conquistare tutto e tutti. Non lasciarti mai affascinare dal denaro; consideralo un mezzo, non un’aspirazione. Non essere mai avaro, né con te stesso, né con gli altri; è il più terribile dei peccati e porta alla grettezza e alla miseria. Perciò sii sempre signore pur tenendoti a una disciplina. Non temere la bella e legittima amicizia della donna, ma tieniti sempre lontano dalla volgarità; questa uccide l’anima. Non essere mai pavido, anche se questo ti costa doloroso sacrificio, ma nello stesso tempo sii sempre dolce. Il tuo vivere, e la tua concezione della vita, sia libera da ogni pregiudizio, ma sostenuta da quella disciplina morale che fa l’uomo libero e coraggioso. Non prendere l’abitudine di raccomandarti a Dio, ma ringrazialo sempre per tutto quello che fai di bello e di buono. Non dimenticarti mai le preghiere.
Ti benedico e ti abbraccio. Tuo papà.



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