Luigi Carrara, Vittorio Faccin, Giovanni Didonè, Albert Joubert sono stati beatificati, durante una cerimonia presieduta dall’arcivescovo di Kinshasa, cardinale Fridolin Ambongo Besungu, nell’agosto 2024.
Le commoventi storie dei missionari saveriani e del prete diocesano di Uvira uccisi a Baraka e Fizi, in Congo, dai ribelli mulelisti, il 28 novembre 1964.
di a cura di Lucia Romiti
La scelta di restare
Alla base del martirio dei tre missionari saveriani beatificati il 18 agosto 2024 insieme a un sacerdote diocesano congolese a Uvira, nella Repubblica democratica del Congo, c’è la decisione di restare. Restare in un Paese che oggi, come negli anni Sessanta, non conosce pace, stabilità, sicurezza. Restare mentre la maggior parte dei missionari cattolici e dei cittadini europei se ne andavano a causa della rischiosa situazione sociale e politica.
Luigi Carrara, Vittorio Faccin, Giovanni Didonè, Albert Joubert. Questi
i nomi dei quattro martiri il cui sacrificio papa Francesco si augurava potesse avviare nuovi percorsi di pace in una terra martoriata che ha visto, il 22 febbraio 2021 nel nord Kivu, l’assassinio del giovane ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio.
Nomi dietro ai quali ci sono storie di vite singole fatte di coraggio e delusione, di affetti, di lettere scritte ai genitori alle prime luci dell’alba. Storie di fede e consapevolezza, preghiera e dedizione. Storie di missionari, due sacerdoti e un religioso, arrivati in Congo non ancora trentenni e uccisi barbaramente pochi anni dopo nel nome di un’ideologia.
Luigi Carrara era nato in provincia di Bergamo il 3 marzo 1933, settimo di dieci figli di cui tre morti poco dopo aver visto la luce. A diciotto mesi si ammala di polmonite. La madre racconta: «Sembrava che anche lui volesse partire per il paradiso, allora salii in camera a prendere il vestito bianco del battesimo e lo coprii… pregavo il buon Dio nel mio cuore e gli dicevo che se me lo avesse salvato, gliel’avrei donato per il suo servizio».
Luigi guarisce e a 14 anni entra nella Comunità missionaria dei saveriani di Pedrengo (BG). Professa i primi voti religiosi a Ravenna nel 1954 e viene ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961.
Il 1º agosto dell’anno dopo, all’età di 28 anni, parte per la missione saveriana nell’ex Congo belga che era alle prese con la ricerca di una strada propria dopo aver ottenuto l’indipendenza.
Alla vigilia del viaggio scrive ai genitori: «Rallegratevi con me poiché devo comunicarvi una grande notizia e un grande dono. Sono chiamato a dissodare la vigna del Signore in Congo, a lavorare direttamente sul campo più bello e più bisognoso… Vi sono inviato proprio in quest’ora così solenne e decisiva e perciò non posso non ringraziare il Signore con tutto l’animo».
Due vite intrecciate
La storia di padre Luigi è strettamente legata a quella del religioso saveriano Vittorio Faccin, originario della provincia di Vicenza. Hanno vissuto fianco a fianco a Baraka, dove sono morti a pochi istanti l’uno dall’altro. Entrambi molto devoti alla Madonna: a lei, mentre il cerchio della violenza dei ribelli si stringeva intorno a loro, non hanno mai smesso di rivolgersi.
Quando arriva in Congo, Vittorio ha 25 anni. Sedicenne, era entrato nella casa saveriana di Cremona e aveva proseguito la formazione a Desio (MB). Nel 1952 emette la prima professione, nel 1962 quella perpetua. Il desiderio era di diventare sacerdote, ma gli fu sconsigliato perché aveva lasciato precocemente gli studi. Rimase un religioso. Alla vigilia della professione a un superiore aveva detto: «Nella preghiera Gesù mi ha fatto comprendere come sia meglio che io venga sacrificato a Lui piuttosto che Lui si immoli nelle mie mani».
La gratitudine permea le lettere che scrive alla famiglia. Già da tre anni a Uvira, nella regione del Kivu, scrive: «Miei cari genitori, non potete immaginare quale sia la gioia del mio cuore nel trovarmi qui per poter dare qualcosa di mio a coloro che non sanno quale sia il dono che il Signore ha fatto a noi nel farci cristiani. A voi che mi avete sempre assistito nei miei anni di formazione e soprattutto per avermi lasciato seguire la mia vocazione, un grazie con tutto il cuore».
Il pensiero e l’azione di padre Luigi e fratel Vittorio vanno alla popolazione locale. Vogliono insegnare l’amore fraterno, il rispetto, il perdono. Danno sudore e sangue per l’apostolato.
Dai carteggi abbiamo però la cronaca di una fine annunciata e sempre più vicina.
La transizione del Paese dal colonialismo belga a un nuovo assetto socio-politico è complessa e affatto indolore. Nel 1961 il leader indipendentista Patrice Lumumba, primo ministro di un Congo indipendente, viene assassinato dagli uomini del colonnello Mobutu in seguito a un colpo di stato.
Per i missionari cattolici la situazione diventa pericolosa nel 1963 quando, dopo un periodo di addestramento militare in Cina, torna nel suo paese Pierre Mulele, già ministro nel governo Lumumba. Radicalizzato, si mette a capo di una sanguinosa rivolta in cui si intrecciano il radicalismo ideologico rivoluzionario marxista ed elementi magico-religiosi della cultura locale.
I guerriglieri suoi seguaci prendono il nome di “simba” e occupano varie zone tra cui quella in cui si trova la missione saveriana.
È proprio uno dei capi dei ribelli, Masanga, a presentarsi il 28 novembre 1964 davanti alla chiesa di Baraka.
Il martirio
Prima di quel giorno, i padri missionari hanno già subito perquisizioni, censura, furti. Più volte sono stati prelevati e chiusi in carcere. I militari delle Nazioni Unite li hanno esortati a lasciare il paese, ma loro si sono rifiutati, decisi a rimanere nel cuore dell’Africa.
Nell’ultima lettera, datata 5 agosto 1964, fratel Vittorio scrive ai familiari: «Carissimi, abbiamo sete di libertà, ma questa quando sarà? … Io sono assieme al padre Luigi. Tutti i miei compagni, uno alla volta, sono partiti… Continuate a pregare per questa povera gente. Un abbraccio a tutti».
Alle 14 il rumore ormai consueto della jeep dei mulelisti si avvicina alla missione. Quello che accade dopo si saprà solo più tardi, in seguito al ritrovamento dei poveri resti smembrati dei due missionari italiani.
Dalle testimonianze sappiamo che fratel Vittorio esce a parlare con i ribelli che lo accusano con veemenza di aver dato all’esercito regolare informazioni su di loro via radio. Gli intimano di salire sulla camionetta militare ma il religioso non vuole lasciare solo padre Luigi che intanto sta confessando all’interno della chiesa. Dall’arma di Masanga partono tre colpi di pistola al petto del giovane martire: un’esecuzione.
Al rumore degli spari padre Luigi corre fuori con la stola viola, simbolo del perdono, ancora indosso, e si piega sul corpo del confratello. Il capo dei ribelli gli intima di salire sul mezzo militare minacciandolo: «Ti porto a Fizi per ucciderti con gli altri padri». Ma padre Luigi, sereno, risponde: «Se devi uccidermi, preferisco morire qui, accanto al mio fratello».
Un colpo di pistola alla testa mette fine alla sua vita.
Non paghi, Masanga e i suoi uomini continuano la mattanza. La camionetta riparte per Fizi. Destinazione, di nuovo, la parrocchia dei Padri saveriani.
Aprono la porta padre Giovanni Didoné, vicentino, classe 1930, a Fizi dal 1959 dove era stato mandato novello sacerdote, e Albert Joubert, padre francese e madre africana, prete diocesano dal 1935. Il primo viene freddato con un colpo in fronte. Il secondo, colpito, cerca di fuggire ma viene raggiunto e ucciso. Sarà il primo sacerdote del Congo a essere beatificato.
Dei quattro uomini il Dicastero delle cause dei santi scrive: «Il martirio è stato per tutti e quattro il coronamento di una vita spesa interamente per il Signore e per il prossimo».
Durante la cerimonia di beatificazione, a cui hanno partecipato migliaia di persone, l’arcivescovo di Kinshasa ha tuonato: «Dio non ama le guerre, Dio non ama le violenze. Dio non ama i conflitti… che avviliscono l’uomo e lo privano della dignità di figlio di Dio. Le violenze, i conflitti e le guerre sono opera del diavolo e dei suoi accoliti che seminano desolazione e morte».



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