«Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi».
In questo articolo offriamo una riflessione sul rapporto tra spiritualità e missione, prendendo le mosse dal saluto di pace che Gesù rivolge ai suoi dopo la risurrezione e che è al contempo soffio, dono, gesto, consegna, mandato.
di Giuseppe Contaldo, Presidente nazionale RnS
L’espressione “pace a voi” riportata nel Vangelo, dai testimoni della risurrezione, è il saluto del Cristo risorto, rivolto ai suoi la sera del «giorno dopo il sabato». Ce la riferisce il vangelo di Giovanni (20,19-20): «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo mostrò loro le mani ed il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore».
Il dono pasquale della pace
Sentendo la parola “pace”, molti pensano all’assenza del suo contrario, la guerra: è una lettura sociologica di questa realtà che indicherebbe l’assenza di conflitti. Nel linguaggio religioso-spirituale invece, alla parola “pace” si attribuisce un significato interiore, spirituale. È una dimensione personale dell’esistenza, prima ancora di diventare atteggiamento relazionale-sociale.
Il dono racchiuso nel saluto di Gesù risorto diventa trasformazione interiore.
È un dono che sostituisce la paura, l’incertezza, il turbamento, la preoccupazione, il disagio… Sono tutti sentimenti umani comprensibili di fronte a situazioni esistenziali. È la presenza del Cristo risorto che dona di sostituirli con la serenità interiore, con una tranquillità che non è incoscienza, con una visione della realtà che nella drammaticità non schiaccia la persona, un vivere che nella fatica non coltiva il senso del fallimento. Per il cristiano è il senso vero della Pasqua, la presenza dell’uomo-Dio Cristo Gesù che ha vinto la morte fisica e la morte spirituale rappresentata dal peccato.
Secondo la prospettiva della fede cristiana, la pace è il dono offerto agli uomini dal Signore Gesù risorto. La pace, pertanto, si identifica come “novità” immessa nella storia umana dalla Pasqua di Cristo. Essa nasce da un profondo rinnovamento del cuore dell’uomo. Prima di essere relazione “pacifica” con gli altri, di fratellanza, espressa nel segno della pace, questo è un dono che trasforma interiormente la persona prima di tutto nel suo rapporto con Dio. Toglie la paura del giudizio e del castigo, manifesta la bontà di un Dio che in Cristo Gesù ci dona una vita nuova.
Un dono che porta gioia
«I discepoli gioirono al vedere il Signore». Il dono della pace ha come uno dei suoi frutti più significativi quello della gioia. Anche in questa prospettiva, non si tratta della gioia chiassosa, superficiale, consumistica, ma di quella interiore che illumina la vita quale ne sia la condizione; è gioia che diventa serenità. Per il cristiano che pure vive situazioni di paura, di fatica, di delusione, di incertezza, giunga nel profondo del cuore questo dono. È Gesù risorto che in questa “strana” e assolutamente nuova Pasqua presenta a tutti il suo “saluto-dono”: «Pace a voi». Osserva papa Francesco: «Ci è capitato di assomigliare ai discepoli della Pasqua: dopo una caduta, un peccato, un fallimento. In quei momenti sembra che non ci sia più nulla da fare. Ma proprio lì il Signore fa di tutto per donarci la sua pace: attraverso una confessione, le parole di una persona che si fa vicina, una consolazione interiore dello Spirito, un avvenimento inaspettato e sorprendente… In vari modi Dio si premura di farci sentire l’abbraccio della sua misericordia, una gioia che nasce dal ricevere “il perdono e la pace”. Sì, quella di Dio è una gioia che nasce dal perdono e lascia la pace. È così: nasce dal perdono e lascia la pace; una gioia che rialza senza umiliare, come se il Signore non capisse cosa sta succedendo. Fratelli e sorelle, facciamo memoria del perdono e della pace ricevuti da Gesù. Ognuno di noi li ha ricevuti; ognuno di noi ne ha l’esperienza. Facciamo un po’ di memoria, ci farà bene! Mettiamo il ricordo dell’abbraccio e delle carezze di Dio davanti a quello dei nostri sbagli e delle nostre cadute. Così alimenteremo la gioia. Perché nulla può essere più come prima per chi sperimenta la gioia di Dio! Questa gioia ci cambia» (Omelia, Domenica della Divina misericordia, 24 aprile 2022).
«Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21)
Dopo la tragica esperienza della passione e della morte vissuta nel quasi totale abbandono dei discepoli, Gesù Risorto torna nei luoghi abituali per cercare gli undici e in modo sorprendente entra proprio nel luogo dove sono radunati. In genere, si cerca per poi prendere, raccogliere, custodire. Gesù, invece, cerca per inviare. La sua visita non è per fare un richiamo e nemmeno per prendersi una pausa in compagnia dei discepoli, bensì per un invio: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Egli entra portando i doni della pace e dello Spirito e manda i suoi discepoli dentro a quel mondo dove il Padre aveva inviato lui. Egli vuole che i discepoli portino la sua presenza all’umanità, facciano dono dello shalom, annuncino l’amore del Padre e introducano altri nella vita di Dio. Il Signore Gesù va dai discepoli per amore, ma anche perché desidera farli risorgere dalla loro paura, dal peccato e dalla morte.
Forti del suo Spirito i discepoli escono allo scoperto, affrontano la vita da credenti, da altri “Cristo”, da altri unti e inviati di Dio. Dalla Pasqua nasce una comunità unita, dove le diversità di doni e carismi vengono guardate con stima, accolte e valorizzate; una comunità attenta ai bisognosi, tanto che tutti coloro che possiedono dei beni li condividono; una comunità che porta fuori di casa il Vangelo e lo racconta nella città; una comunità capace di fare scelte secondo i comandamenti e non secondo la mentalità del mondo. Cercati e inviati, i discepoli escono dal luogo dove sono rimasti a porte chiuse ed entrano nella vita da cristiani.
La maturità nella fede
Scopriamo così uno dei tratti della maturità della fede: è adesso che i discepoli sono dei credenti maturi, ora che sanno staccarsi dal Signore e andare nel mondo anche senza averlo fisicamente a fianco. La maturità della fede non consiste solo nel cercare o stringere momenti di intimità con Gesù ma nell’uscire incontro alla vita e agli altri portando la sua pace, il suo Vangelo. Come il Padre ha mandato il Figlio… così il Figlio manda noi: siamo davvero maturi se, come Cristo che si è lasciato inviare nel mondo dal Padre, anche noi ci lasciamo inviare da lui in quel mondo dove già abitiamo ma nel quale siamo ora presenti da creature nuove.
Il Risorto viene anche tra noi oggi e viene a cercarci, a cercare ognuno dei suoi discepoli, anche quel Tommaso che c’è tra noi e dentro di noi. Viene per dirci il suo amore ma soprattutto per darci quell’amore che è il suo stesso Spirito e così fare di noi quei risorti che portano la sua presenza nel mondo.



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