Educare alla vocazione – Giuseppe Savagnone

Cosa significa seguire la propria vocazione? Da cosa dipende e cosa comporta il raggiungimento della realizzazione personale? 

La risposta a queste domande è strettamente collegata all’idea della libertà che, come abbiamo cercato di dimostrare fin qui, non è solo autonomia, né libera scelta, ma suppone sempre, per potersi esercitare, che ci sia un bene, qualcosa che vale davvero la pena di essere scelto 

Non si è veramente liberi se non si trova qualcosa di vero, di buono, di bello, per cui vivere. Qualcosa che attira e che non può essere solo un mezzo in vista di qualcos’altro, ma si impone come un fine da perseguire, per se stesso. Percepire questa attrazione significa avere una vocazione. Oggi, spesso, con il termine “vocazione” si indica un insieme di attitudini e di aspirazioni, in base a cui il singolo può realizzarsi nella sua vita professionale e affettiva. Tra i tanti valori messi in discussione nella nostra epoca, quello dell’auto-realizzazione è fra i pochi a registrare un consenso pressoché universale. Tutti vogliono realizzarsi. Se oggi si domanda a un giovane quale sia la sua aspirazione più profonda, cosa si attenda dal futuro, vi dirà che non chiede altro che questo. Alla ricerca della propria realizzazione si ispira la scelta della facoltà e del lavoro. A essa è legato anche l’intento di formarsi una famiglia. E di chi è coerente in questa ricerca, sormontando ogni genere di ostacoli, si dice con ammirazione che sta seguendo la propria vocazione.  

Ora, è chiaro che vi è, nella odierna sensibilità verso l’autorealizzazione, un guadagno indiscutibile rispetto a prospettive che privilegino, piuttosto, un passivo conformismo di fronte alle mode, oppure il meschino utilitarismo di chi si preoccupa di avere piuttosto che di essere. Eppure, a ben vedere, non è così ovvio che l’auto-realizzazione possa costituire il fine unico ed esclusivo di un impegno nella professione o nella famiglia. Anzi, forse proprio dall’averla fatta diventare tale nascono tanti fallimenti nell’uno e nell’altro settore.  

La realizzazione personale è un fine assoluto? 

Basta riflettere un momento, infatti, per rendersi conto che una simile impostazione costituisce una vera e propria violenza al significato di ciò che si vuole fare. Le diverse professioni, infatti, non sono nate perché si realizzino coloro che le praticano, ma per rendere un servizio ad altri. La medicina non esiste perché si realizzino i medici, ma perché vengano curati i malati. Chi va dal dentista, non ci va perché questi si realizzi, ma perché ha mal di denti. Analogamente, i ragazzi non vanno a scuola per la realizzazione dei professori, ma per imparare. E la professione di avvocato esiste per aiutare la gente a far valere i propri diritti, non perché gli avvocati abbiano successo e si realizzino. 

Il primato assoluto dell’auto-realizzazione rischia di stravolgere il senso originario del lavoro che si è chiamati a svolgere nella società e imprime alla vocazione una intonazione autoreferenziale ed egocentrica, perché spinge l’individuo a ripiegarsi su di sé, nella ricerca ossessiva della propria riuscita e della propria gratificazione. Abbiamo così a volte dei medici interessati a far valere la loro competenza curando piuttosto la malattia (soprattutto se si tratta di un caso raro, “interessante”) che non i malati, i quali finiscono talvolta per essere trattati come se fossero cose. Abbiamo dei professori che trasformano le loro lezioni in uno show personale, senza chiedersi se sia questo ciò di cui gli studenti – specialmente i più modesti – hanno bisogno. E degli avvocati pronti a intraprendere una causa tenendo presenti più i loro interessi che quelli dei clienti. Sono solo degli esempi, fra i tanti che si potrebbero portare. 

Evidentemente, non si sta qui negando che riuscita personale e benessere psicologico siano importanti nello svolgimento del proprio lavoro: lo sono, eccome! Ma, per raggiungerli, non li si deve assumere come fine esclusivo. Del resto, chi si vuole realizzare a tutti i costi, alla fine rischia di non realizzarsi affatto. Intanto perché finisce per trascurare i propri doveri più umili, meno gratificanti, che sono a volte essenziali per una buona qualità dell’attività nel suo complesso. E poi perché l’eccessiva attenzione a se stessi rende inquieti, incostanti, meno capaci di svolgere il proprio servizio in modo efficace. Molto più fruttuoso, proprio in vista dell’auto-realizzazione, è lasciarsi prendere dal fine del lavoro che si sta svolgendo e dalle esigenze oggettive che emergono in rapporto a questo fine, esigenze che, direttamente o indirettamente, chiamano in causa i bisogni degli altri. 

Il “volto dell’altro 

Un grande filosofico contemporaneo, Emmanuel Levinas, ha incentrato tutta la sua riflessione sulla scoperta del “volto dell’altro”. Siamo spesso abituati – egli osserva – a essere il centro del nostro mondo. Gli altri per noi sono solo scenari dipinti, senza forza, senza profondità. Scoprire il volto dell’altro, percepirlo in tutta la sua sconvolgente realtà, significa lasciarsi “spiazzare” e sperimentare un salutare “esodo” da se stesso (non a caso Levinas era ebreo).  

Proprio a questo ci chiama la vocazione. Lo rivela chiaramente il suo legame con un altro concetto fondamentale, quello di missione. Ogni vocazione è un essere chiamati per venir mandati verso qualcuno in funzione delle sue esigenze, un uscire da se stessi, dai propri sogni soggettivi, dai propri piccoli progetti. Appunto, un esodo. In questo senso, seguire la propria vocazione significa sempre, in qualche modo, mettere in secondo piano se stessi per dedicarsi agli altri. Forse proprio allora, paradossalmente, si scoprirà, con stupore, che, senza averlo espressamente cercato, forse senza neppure essersi posti il problema, ci si è realizzati. Come dice il Vangelo: chi cerca la propria vita, la perde, e chi la perde per gli altri la trova (cf Mt 10, 39). 

Questo suppone che si orienti la propria esistenza verso qualcosa di più grande di noi, quale che sia questo “qualcosa”. In passato molti hanno ritenuto di dover dare la loro vita per la patria, per il partito, per il progresso, per la giustizia, per la propria fede. Si può discutere l’uno o l’altro di questi valori. Ma si deve rispettare il sacrificio di chi è stato capace di morire per una di queste cose. Oggi sarebbe molto difficile trovare qualcuno disposto a morire in nome di qualcosa. E chi non ha per cosa morire, non ha neppure per cosa vivere. Ma questa è la condizione peggiore. 

Perciò l’educazione deve innanzi tutto porsi il problema di offrire prospettive di senso – nella duplice accezione di “significato” e di “direzione” – ai giovani a cui si rivolge. Astenersi da questo in nome di una falsa concezione del rispetto dell’altro significa in realtà tradirlo. Certo, non si tratta di indottrinare o plagiare le persone a noi affidate. Ma solo indicando loro delle mete plausibili, tra cui potranno loro stesse scegliere, si renderà loro possibile uscire dall’indifferenza e dal vuoto interiore che costituiscono la malattia mortale delle nuove generazioni. 

Libertà e vocazione 

Alla fine di un famoso romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, la protagonista vuole convincere il marito, un medico epurato dal regime comunista, a tornare al suo lavoro: «La tua missione era di operare», gli fa notare. La risposta dell’uomo – alla luce di quanto abbiamo detto – è terribile: «Tereza, una missione è una cosa stupida. Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi, di non avere una missione».  

«Quali possibilità abbiamo noi di svegliare e stimolare, nei nostri figli, la nascita e lo sviluppo d’una vocazione?», si chiedeva Natalia Ginzburg nel suo libro Le piccole virtù. E rispondeva: «Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione». Solo così si può educare alla vocazione: «Se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l’abbiamo tradita». 

 

 

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