Il dialogo della fraternità – Mario Russotto

Amore e dialogo. La fatica dell’uno è la fatica dell’altro: in entrambi il cristiano deve uscire da sé per incontrare Dio nel fratello. Mons. Mario Russotto, vescovo di Caltanissetta, sviluppa la Lectio divina sul tema della Fraternità: “Il Vangelo si è diffuso con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione” (1 Ts 1, 5).  

«Paolo, Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: grazia a voi e pace! Ringraziamo sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere, continuamente memori davanti a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella fede, della vostra operosità nella carità e della vostra costante speranza nel Signore nostro Gesù Cristo. Noi ben sappiamo, fratelli amati da Dio, che siete stati eletti da lui. Il nostro vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza e con Spirito Santo e con profonda convinzione, come ben sapete che siamo stati in mezzo a voi per il vostro bene» (1 Ts 1, 1-5). 

La dialettica dell’alterità  

«Alla morte l’amore dichiara battaglia; l’amore, che conosce unicamente il presente, vive del presente, ardentemente desidera il presente… Esso è sempre nell’oggi e tutto nell’oggi, ma ogni morto “ieri”, ogni morto “domani” viene a suo tempo inglobato in questo oggi vittorioso; questo amore è l’eterna vittoria sulla morte; la creazione, che la morte corona e conclude, non può tener testa all’amore, deve arrendersi a esso ogni istante e perciò, alla fine, anche nella pienezza di tutti gli istanti, nell’eternità» (Franz Rosenzweig). Veramente è l’amore che fa esistere. Amare qualcuno, infatti, significa dirgli: «Tu non morirai!». L’amore è irradiante, diffusivo di sé, origine prima e sempre nuova di ogni vivere, di ogni uscire dalla morte. Per amore siamo nati; per amore viviamo; essere amati è gioia della vita; non essere amati e non saper amare è infinita tristezza. «Chi non ama rimane nella morte» (cf 1 Gv 3, 14), non nasce alla vita: l’amore è l’esperienza originaria e originante dell’esistenza. «Se c’è in me una certezza incrollabile, essa è quella che un mondo che viene abbandonato dall’amore deve sprofondare nella morte, ma che là dove l’amore perdura, dove trionfa su tutto ciò che lo vorrebbe avvilire, la morte è definitivamente vinta» (Gabriel Marcel). 

Se questo è vero, se l’essere nel più profondo degli esseri è amore, la struttura originaria di tutto quanto esiste implica la dialettica di alterità e di comunione, che è la dialettica dell’amore: per amare bisogna essere almeno in due, uscire da sé per andare verso l’altro e accogliere a tal punto l’altro in sé, da ritrovare se stessi in lui. 

«L’amore è la distinzione e il superamento del distinto» (G. W. Friedrich Hegel): chi ama riconosce l’altro in quanto “altro” e tende a farsi uno con lui, non sopprimendo la sua alterità, ma offrendogli la propria identità e accogliendo in dono quella dell’altro. L’amore è esodo senza ritorno, offerta radicale di sé; l’amore è avvento senza rimpianto, accoglienza radicale dell’altro: «Tu, Padre, in me ed io in te» (cf Gv 17, 21).  

La stessa meta 

In questo gioco dell’essere, che è il gioco dell’amore, c’è dunque una provenienza, una venuta e un avvenire: la provenienza è la gratuità, l’uscire da sé nella pura generosità del dono, per la sola gioia di amare; la venuta è l’accoglienza della provenienza altrui, la pura gratitudine del lasciarsi amare; l’avvenire è la conversione di tutti e due, il dono che si fa accoglienza e l’accoglienza che si fa dono, l’essere liberi da sé per essere uno con l’altro e nell’altro e l’essere comunione per vivere una nuova libertà, l’uno rispetto all’altro ed insieme verso gli altri. «L’amore non è stare a guardarsi negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa meta» (Antoine de Saint-Exupéry).  

Solo chi vive in pienezza questo gioco della provenienza, della venuta e dell’avvenire dell’amore, solo chi percorre la strada impegnativa della gratuità, della gratitudine e della comunione libera e liberante, avanza nella via della vita: a lui si rivelano la profondità delle cose, il senso del vivere e del morire umano. Anche in questa luce si comprende perché «alla sera della vita saremo giudicati sull’amore» (San Giovanni della Croce). 

Tutto ciò non si svolge nella solitudine di uno spirito sazio di sé, amante soltanto di se stesso: l’alterità che l’amore richiede è reale, è un vero tu, un vero noi. La comunità è la casa dell’amore: essa traduce, nella concretezza dei giorni, la verità della storia dell’amore. In quanto tale, la fraternità esige di essere la comunione di tante libere provenienze dell’amore: non una sola, ma tante gratuità si richiedono per fare un comune cammino. Ciascuno è provenienza per l’altro, ciascuno è inizio di amore, a ciascuno incombe l’urgenza di iniziare ad amare. Ogni idolatria, che rapporti a uno solo l’inizio dell’amore, ogni culto della personalità o sacrificio cieco della diversità, è perdita e fine dell’amore. Ognuno è e deve essere se stesso, amando e lasciandosi amare. 

E per questo la comunione varia e complessa delle differenti sorgività diventa fraternità solo nel momento in cui ciascuno da provenienza accetta di farsi accoglienza e venuta. Chi pensasse di non aver bisogno degli altri resterà nella solitarietà di una vita senza amore: chi si mette alla scuola dell’altro e si fa mendicante d’amore, costruisce legami di pace e fa crescere intorno a sé la comunione per tutti. Questo gioco del dare e dell’accogliere, della gratuità e della gratitudine deve, infine, essere aperto, se si vuole che la fraternità rifletta e costruisca veramente la storia dell’amore: dove l’amore non libera energie nascoste e non suscita nuovi esodi e nuovi avventi d’amore, lì la fraternità non esiste e l’amore, se c’è, intristisce e muore. 

Icona della Trinità 

Chi renderà l’uomo capace di amare? Chi renderà i cristiani capaci di essere e fare fraternità, quella sognata e voluta da Cristo Gesù, cioè la grazia dello Spirito Santo? Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati per primi, avvolti e condotti dalla tenerezza dell’amore verso un futuro, che l’amore costruisce in noi e per noi. Fare questa scoperta è credere e confessare – anche senza parole, nella verità di gesti di carità ricevuta e donata – la Trinità del Dio cristiano. «Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17, 11). Alla scuola del Vangelo la fede coglie, nelle profondità del mistero, l’eterna sorgività dell’amore nella figura del Padre, principio senza principio, gratuità pura e assoluta, che dà inizio a tutto nell’amore e non si ferma neanche di fronte al doloroso rifiuto dell’infedeltà e del peccato. E accanto al Padre “eterno Amante”, la fede racconta la storia del Figlio, “l’eternamente Amato”, la pura accoglienza dell’Amore, che ci insegna come divino non sia soltanto il dare, ma anche il ricevere, e con la sua vita nella carne, autentica “esistenza accolta” vissuta nell’obbedienza filiale, ci rende capaci di dire il sì della fede all’iniziativa della carità di Dio. Con l’Amante e con l’Amato la fede contempla la figura dello Spirito, che unisce l’uno e l’altro nel vincolo dell’amore eterno e insieme li apre al dono di sé, al generoso esodo della creazione e della storia della salvezza. Lo Spirito Santo è l’estasi di Dio, colui che libera l’amore e lo rende sempre nuovo e irradiante. Nel dinamismo incessante del reciproco darsi e accogliersi, aperto a dare l’essere e la vita alle creature amate e ad assumerle nella comunione eterna delle divine Persone, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: «In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore». «Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore» (Sant’Agostino). 

Ed è così che – attraverso la rivelazione nel Figlio e la missione dello Spirito  la Trinità viene a offrirsi come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Tutto ha origine in essa e ne porta l’impronta: l’uomo è fatto per amare. Tutto vive nella Trinità: la gratuità diventa nuova e possibile nel dono della carità del Padre; la gratitudine si schiude meravigliosamente nella fedeltà e nell’obbedienza del Figlio; la libertà della comunione si realizza nella vera speranza, impronta dello Spirito, che unisce tutti i tempi nell’eternità dell’amore e tutti li apre alla perenne novità divina. In questa vita raggiunta e contagiata dell’amore, tutto tende alla Trinità, che è meta e patria del cammino dell’uomo: tutto un giorno riposerà in essa, quando l’amore non conoscerà più tramonto. Allora «misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno; la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 85, 11-12). 

Amato così dal suo Dio, il credente può divenire capace di amare il suo prossimo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15, 12). «Siano in noi una cosa sola» (Gv 17, 21). Avvolto dall’Amore eterno, contagiato e accolto nella storia trinitaria dell’amore, il credente può ormai costruire storie d’amore e fraternità “spirituali” nei giorni della sua vita. 

Ecclesia de Trinitate 

In tutto il Nuovo Testamento, solo nelle due Lettere ai Tessalonicesi si parla della Chiesa «che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo» (cf 1 Ts 1, 1), cioè costituita come comunità dei chiamati all’interno delle relazioni della Trinità. La ecclesia è tale solo nella comunione derivante da questa relazione. La Chiesa, dunque, affonda le sue radici nel mistero relazionale del Padre e del Figlio nella comunione agapica dello Spirito Santo. Perciò anche la Chiesa è mistero. Non è una pura e semplice società, strutturata umanamente, fondata secondo i canoni delle società umane: la sua origine, il suo riferimento, la sua realtà profonda è in Dio. 

Essa è evento di Cristo Gesù, e proprio per questo si ritrova in Dio e nel modello trinitario. Ecclesia de Trinitatela Chiesa partecipa a noi la comunione che eternamente c’è in Dio uno e trino. Essa si modella sulla Trinità; la sua fonte ultimativa è la Trinità, la quale è data dal dialogo eterno e generante del Padre col Figlio e dall’Amore che procede da questa conoscenza reciproca, cioè lo Spirito, che lega eternamente in un vincolo di amore la Trinità e ci svela la realtà profonda dell’unità di Dio che è amore. Di conseguenza chi resta nell’amore rimane in Dio: e la Chiesa è una realtà d’amore che affonda le sue radici in Dio uno e trino. La Chiesa è stata voluta per decisione della Trinità: de consilio Trinitatisè stata oggetto di una decisione comune della Trinità. Per fare la Chiesa il Padre ha mandato il suo unigenito Figlio, il quale si è reso visibile a noi svelandoci il mistero di Dio e dando luogo a questo mistero ecclesiale, che riflette nella nostra vita il mistero eterno della Trinità. Questa Chiesa, intimamente unita con Cristo e costituita dal cammino di un intero popolo in compagnia di Dio, esprime il mistero della comunione nella fraternità fra i soggetti che la compongono.  

La Chiesa è popolo di Dio che cammina insieme, che si aiuta con le caratteristiche della complementarietà, della reciprocità, della condivisione. Nella Chiesa noi credenti troviamo la nostra verità nel riconoscimento reciproco, che diviene perciò anche reciproca ri-conoscenza, perché ciascuno dona all’altro la sua autenticità, perché ciascuno dall’altro viene rivelato nella sua propria soggettività. La riconoscenza indica allora i sentieri di una condivisione, faticosa e per nulla scontata, e di una partecipazione alla comune missione che ricerchi l’autenticità della reciprocità senza misconoscere le differenze, che di quella costituiscono insieme il limite e la condizione di possibilità. 

Questa tensione permette a tutti noi di edificare una comunità delle relazioni autentiche, che ci apre alla considerazione di quel noi animato dallo Spirito di carità, che consente piena comunione e corresponsabilità nella vita teologale effettiva e affettiva, fatta di «impegno nella fede… operosità nella carità… paziente speranza» (cf 1 Ts 1, 3). E questa vita teologale in noi è possibile e visibile perché siamo «amati da Dio… eletti da lui» (cf 1 Ts 1, 4). Abbiamo così nei primi cinque versetti della prima Lettera ai Tessalonicesi le cinque radicali e costitutive dimensioni della fraternità cristiana: 

– la triunità comunionale dei responsabili: Paolo, Silvano e Timoteo; 

– la triunità comunionale della sorgente divina: Dio Padre, il Signore Gesù Cristo, grazia (charis) e pace (eirene), cioè lo Spirito Santo; 

– la triunità comunionale delle virtù: fede, speranza e carità; 

– la dualità unitaria della vocazione: amati, eletti: 

 la dualità unitaria dell’evangelizzazione: Parola (Logos) e la dunamis dello Spirito Santo, che conduce alla pleroforia pollè, cioè alla “molta piena persuasione”; secondo il vangelo di Giovanni: «alla verità tutta intera» (cf 16, 13). 

La comunità resta così qualificata nella sua dinamicità vitale. Essa è segno di salvezza nel mondo, non solo perché viene dalla Trinità, ma anche perché è animata dalla trilogia teologale di fede, speranza e carità. Queste tre virtù sono abbinate a tre termini che costituiscono il criterio della loro validità: impegno, operosità, pazienza. 

Una fede di opere 

Noi sappiamo che «la fede senza le opere è morta» (cf Gc 2, 26) e che «Non colui che dice Signore, Signore, entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7, 21). Queste parole neotestamentarie spiegano bene il termine impegno aggiunto da san Paolo alla virtù della fede. Infatti, solo una fede che si traduce in impegno è autentica davanti a Dio. 

Noi sappiamo che «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Il dare la vita per amore comporta operosa fatica e sofferenza. Ecco perché san Paolo parla di operosa carità, evidenziando come i cristiani di Tessalonica si amavano perché sapevano sacrificarsi gli uni per gli altri. «Il Signore è paziente con gli uomini e riversa su di essi la sua misericordia. Vede e conosce che la loro sorte è misera, per questo moltiplica il perdono» (Sir 18, 10-11). 

Dio è il paziente che porta ancora il mondo, lo “sopporta” restando fedele all’opera da Lui creata. 

Nella parabola del buon seme e della zizzania Gesù dice: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (Mt 13, 30). La pazienza è la condizione per la crescita del buon seme. Perciò la pazienza è saggezza e la saggezza è intelligenza del mondo e del modo in cui le cose si vanno realmente realizzando. Paziente è l’uomo nella serena tensione fra ciò che vorrebbe fare e ciò che riesce di volta in volta a realizzare, fra il già e il non ancora. 

«La carità è paziente… non tiene conto del male… tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Cor 13, 4-7), perché la pazienza è esercizio d’amore, è un atto d’amore! E dunque, scrive san Paolo: «Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perchè l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5). La pazienza custodisce l’animo sereno e fiducioso nella virtù, al di sopra delle fluttuazioni della sensibilità depressa dalla tristezza: «Accetta quanto ti capita, sii paziente nelle vicende dolorose, perchè con il fuoco si prova l’oro, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore» (Sir 2, 4-5). 

Per vivere la pazienza della speranza o la speranza paziente occorre superare ogni rassegnazione e attrezzarsi di ardente e credente coraggio. Coraggio delle proprie idee, dei propri sentimenti, della propria fede, della martyria della speranza. Coraggio di lasciarsi interrogare, di non “conformarsi al proprio tempo”, coraggio della verità, coraggio di rischiare se stessi scommettendo sulla speranza possibile. La paziente speranza, riflesso “d’agapica bellezza”, sostiene e alimenta un cristianesimo adulto, una escatologia intesa come sofferta passione dell’eternità. Una passione che non si esaurisce nella sterilità evasiva del sogno, ma che ci provoca e ci mette in cammino, illuminati e sospinti dalla trasfigurante teandrica Bellezza che tutti attrae da quel punto di sospensione che è la Croce. E in quel punto la nostra stessa fraternità viene trasfigurata.  

La fraternità nell’arte del dialogo 

La fraternità cristiana esprime la sua costitutiva struttura nel dialogo: in esso il gioco dell’alterità e della comunione viene portato all’espressività della parola e del gesto. Il dialogo è accoglienza e incontro con l’altro nella parola; è uscita da sé; comunicazione unificante e liberante dei fratelli: in esso la gratuità e la gratitudine si fanno linguaggio dello Spirito d’amore. Il dialogo, infatti, è il linguaggio dello Spirito, anzi, la sua “casa”, il luogo dove esso abita e in cui esso può rivelarsi. Perciò, dove non c’è lo Spirito d’amore non potrà esserci dialogo; ma anche, analogamente, dove non c’è dialogo non ci può essere veramente lo Spirito d’amore. La fatica di amare si riflette allora inevitabilmente sulle resistenze e i rischi propri dell’esistenza dialogica: come l’iniziativa dell’amore viene inaridita dal possesso geloso, in cui muore la gratuità, così il dialogo non inizia e non esiste realmente lì dove esso non sia suscitato e alimentato da una sorgività pura, libera dal calcolo e dall’interesse egoistico. Nulla si oppone di più alla natura del dialogo, come epifania della carità, che la strategia o il tatticismo: dove il dialogo è strumento per dominare l’altro o per usarlo ai propri fini, lì esso cessa semplicemente di esistere. In tal senso si può affermare che il dialogo nello Spirito d’Amore è un fine e non uno strumento: esso rivela la gratuità e si propone come un’offerta di incontro che nasce dalla pura gioia di amare. Il dialogo, pertanto, crea fiducia e rispetto reciproco. 

Ciò implica capacità e coraggio di accogliere l’altro, in tutto lo spessore della sua alterità: come l’amore non vive senza gratitudine accogliente, così il dialogo non nasce e non si sviluppa lì dove la dignità e la consistenza dell’altro non sono rispettate. Il monologo, che ignora semplicemente le esigenze e gli apporti dell’interlocutore, vanifica l’incontro, rendendolo puramente accidentale: il dialogo, al contrario, ha bisogno per vivere della reciprocità delle coscienze, dello scambio fecondo in cui il dare e il ricevere sono misurati solamente dalla gratuità e dall’accoglienza umile e vera di ciascuno. 

La massificazione anonima esclude ogni possibilità di esistenza dialogica: il riconoscimento dell’alterità come dono da accogliere, e non come rischio da cui difendersi, è essenziale al dialogo. Tuttavia, quando si creano dipendenze o chiusure settarie lo stesso dialogo viene a mancare: esso è autentico non solo quando nasce nel clima della libertà, ma quando si presenta esso stesso come esperienza liberante, costantemente aperta agli altri, inclusiva e mai esclusiva dei loro bisogni e delle loro inquietudini.  

La fatica dialogica 

Il Vangelo di Gesù si diffonde per la Parola e la forza dello Spirito Santo. Perciò si fa dialogo e missione, in cui Parola e Spirito costituiscono reciprocamente la forza e l’autenticità della fraternità. Ciò che è gratuitamente donato e ricevuto nel dialogo della carità, esige di essere ancora gratuitamente offerto in sempre nuovi itinerari di dialogo. Dialogando, si sprigionano le energie nascoste dell’amore e l’esistenza si proietta fuori di sé, facendosi servizio della Parola e dono di “spirituale” fraternità. Il dialogo è uno dei sentieri più significativi della spiritualità di comunione, che i credenti devono percorrere e a cui reciprocamente formarsi. Il dialogo, unità di silenzio e parola, ascolto e comunicazione, è uno stile alto di relazione fra i fratelli cristiani. L’esempio è quello del Pellegrino di Emmaus, che sincronizza i passi con i due fuggitivi nella serena tensione all’ascolto, all’accoglienza dei loro smarrimenti e delle loro speranze deluse, per comprenderne ansie e attese, ragioni e aspirazioni, domande e proposte, spezzando infine insieme il pane dell’amicizia e della condivisione. 

La fatica di amare è la stessa fatica del dialogo: essa può essere sostenuta e condurre a un’esistenza veramente dialogica solo se ci si accorge di essere stati interpellati per primi dal totalmente Altro nel dialogo eterno della carità divina. È importante comprendere che la fraternità cristiana prima che impegno e sforzo di ciascuno di noi è un dono dall’Alto, che siamo chiamati a cogliere, custodire, coltivare. Così si esprime Dietrich Bonhoeffer in Vita comune: «Dobbiamo cadere in preda a una grande delusione circa gli altri, i cristiani in genere e, se va bene, anche circa noi stessi, e a questo punto Dio ci farà conoscere la forma autentica della comunione cristiana… Nel dissolversi delle nebbie mattutine del sogno, irrompe il giorno chiaro della comunione cristiana… La fraternità cristiana non è un ideale che noi dobbiamo realizzare, ma una realtà creata da Dio in Cristo, a cui ci è dato di poter partecipare». 

La fede nella Trinità dialogante del Dio amore è il fondamento teologico più radicale di uno stile di vita ecclesiale ispirato e plasmato dal dialogo. Dialogando si risponde al primo Amore, nello Spirito che ci è stato donato. Dialogando si testimonia agli altri di aver creduto all’amore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Senza dialogo al suo interno la comunità cristiana non sarà mai “icona della Trinità”, riflesso umile e denso nel tempo del dialogo eterno dei Tre. 

Se il dialogo è l’epifania dell’amore, e se è sull’amore che saremo giudicati, possiamo dire che il dialogo è la misura dell’autenticità della vita ecclesiale e dell’impegno missionario dei credenti. Anche in questa luce la fraternità cristiana, quale dialogo della carità fatto stile di vita ecclesiale, appare esigenza imprescindibile per chi – in quanto servitore della comunità – è chiamato a testimoniare di aver creduto al vangelo dell’amore, accolto per mezzo della Parola e per la potenza convincente dello Spirito Santo. 

Sulle ali della divina intimità… lo Spirito di comunione 

«”Dio è amore e chi rimane nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4, 16b). “Ora Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci fu dato” (cf Rm 5, 5)» (LG, 42). Lo Spirito Santo è anima della comunione dei credenti perché è il Santificatore della comunità dei discepoli di Gesù. Non si può parlare di spiritualità di comunione senza lo Spirito Santo. È  lo Spirito, infatti, che santifica il discepolo e lo conduce alla verità tutta intera; è lo Spirito che, quale nuziale amore, muove dal di dentro la Chiesa-sposa perché sappia volare sulle ali della divina intimità, pur nel travaglio della storia e nelle doglie del parto. 

Lo Spirito come estasi 

Per la sapienza dell’Oriente lo Spirito è «l’estasi di Dio», colui nel quale il Padre e il Figlio escono da sé per donarsi nell’amore. È la rivelazione a testimoniarci che, ogni volta che Dio “esce da sé”, lo fa nello Spirito: così è nella creazione (cf Gen 1, 2); così nella profezia (cf Gl 3, 1 e At 2, 18); così nell’Incarnazione (Lc 1, 35); così nella pentecoste della Chiesa (At 1, 8). 

Lo Spirito è «Dio come pura eccedenza, Dio come emanazione di amore e di grazia» (Walter Kasper) e, proprio per questo, è Spirito creatore, che colma il cuore dei fedeli, è il Paraclito, che soccorre e conforta. 

Lo Spirito come sintesi 

Secondo la riflessione dell’Occidente lo Spirito è il vincolo dell’amore eterno, colui che unisce il Padre e il Figlio. Amore personale in Dio, lo Spirito unisce i credenti col Padre e fra loro: è lui che riempie i cuori della grazia che viene dall’alto; è lui che infonde in noi l’amore di Dio (cf Rm 5, 5), grazie al quale siamo resi santi e capaci di amare. Egli unisce il presente al futuro “tirando” nel presente degli uomini l’avvenire di Dio: egli è la primizia, la caparra, il pegno della speranza che non delude. Ed è Lui ad unire i credenti come principio profondo dell’unità della Chiesa. Spirito della salvezza che è comunione, sorgente dell’unità del Corpo di Cristo: egli unisce senza mortificare il diverso, anzi suscitando e nutrendo la meravigliosa varietà dei doni e dei servizi. Grazie alla sua azione la comunione ecclesiale, sacramento di salvezza, è “icona della Trinità”, nutriente esperienza di pace nell’amore del Padre e del Figlio.  

Lo Spirito come kenosi 

A differenza dell’uomo che si trascende elevandosi, Dio si trascende abbassandosi. Come Gesù è il Verbo che spoglia se stesso, svuotandosi della sua gloria divina (kenosisdal greco kenoòsvuotare: cf Fil 2, 6-11), anche lo Spirito si rivela nascondendosi: l’estasi dello Spirito è la sua kenosiÈ questa la debolezza dell’amore: mentre l’egoismo narcisista è un amarsi possedendo, l’amore vero è un perdersi donando. L’estasi dello Spirito sta lì a dire che si è credenti solo nella misura in cui si va al di là di se stessi, si è in sé solo quando ci si apre all’altro da sé: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà» (Mc 8, 35). 

Lo Spirito Santo «è la fecondità divina eppure nessuna Persona procede da lui. Egli è la chiave che apre Dio, ma è il Figlio che è generato e che si incarna, ed è ad immagine del Figlio che l’uomo è creato. Lo Spirito è la rivelazione del Padre e del Figlio, ma lui stesso rimane indicibile» (François-Xavier Durrwell). Anche nella vicenda della comunicazione salvifica lo Spirito vive una continua, irreversibile kenosi. Fino alla parusia, lo Spirito Santo prolunga la kenosi del Cristo: è il «trattenersi» dell’amore in nome dell’amore, è l’onnipotenza che riprende se stessa per rispettare fino in fondo la libertà finita e ferita della creatura. Fino alla fine lo Spirito continua a operare nel segno di questa umile, gratuita condescendentia: Egli ci guida a confessare la fede non in se stesso, ma in Gesù che è «il Signore» (1 Cor 12, 3); agisce in noi, ma in modo che spesso la nostra azione sembra esclusivamente nostra; si adatta a noi facendoci santi, ma a immagine del Figlio. 

Lo Spirito Santo ci santifica non solo perché immette in noi la grazia dell’intimità divina, ma anche perché si presenta come modello di santità nella discrezione potente del suo essere Amore. Ecco l’opera dello Spirito Santo fino alla parusia: un lavoro nell’anonimato, una parola nel nascondimento; egli non dice nulla di proprio, perché non parla da sé e prende sempre da Gesù e pensa solo a glorificare Gesù (Gv 16, 13- 15): è fino in fondo «lo sconosciuto al di là del Verbo» (H. von Balthasar). Nella parusia, quando il Padre sarà «tutto in tutti» (cf 1 Cor 15, 28) egli sarà la luce sfolgorante, ma per illuminare il volto di Cristo e dei santi: «È allora che questa persona divina sconosciuta, che non ha la sua immagine in un’altra ipostasi, si manifesterà nelle persone deificate: la sua immagine sarà la moltitudine dei santi» (Vladimir Lossky). 

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