Il Messaggio di Papa Francesco per la 30^ Giornata Mondiale del Malato nel segno della misericordia

di Francesca Cipolloni

Istituita da San Giovanni Paolo II, si avvicina la 30^ Giornata Mondiale del Malato che si celebra, come ogni anno, l’11 febbraio. Nel tempo di pandemia, il Messaggio del Santo Padre offre un’ampia riflessione incentrata sul tema della misericordia, con un pensiero volto agli operatori sanitari e a chi soffre a causa del covid-19.

«“Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità». È il versetto dell’evangelista Luca a dare il titolo al Messaggio di Papa Francesco per la 30^ Giornata Mondiale del Malato che si celebra, come da tradizione, l’11 febbraio, nella memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes. Istituita trent’anni fa da San Giovanni Paolo II «per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura». A motivo della pandemia, in questo inizio 2022, la ricorrenza non potrà aver luogo ad Arequipa in Perù, ma si terrà nella Basilica di San Pietro in Vaticano, con il fine, scrive il Pontefice, di «aiutarci a crescere nella vicinanza e nel servizio alle persone inferme e alle loro famiglie», con riconoscenza a Dio «per il cammino compiuto in questi anni nelle Chiese particolari del mondo intero. Molti passi avanti sono stati fatti, ma molta strada rimane ancora da percorrere per assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie di cui hanno bisogno; come pure l’accompagnamento pastorale, perché possano vivere il tempo della malattia uniti a Cristo crocifisso e risorto».

 

Nella sofferenza, la «misericordia del Padre»

Il tema scelto per questa Giornata, prosegue ancora Bergoglio, «ci fa anzitutto volgere lo sguardo a Dio “ricco di misericordia” (Ef 2,4), il quale guarda sempre i suoi figli con amore di padre, anche quando si allontanano da Lui. La misericordia, infatti, è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme. Per questo possiamo dire, con stupore e riconoscenza, che la misericordia di Dio ha in sé sia la dimensione della paternità, sia quella della maternità (cfr Is 49,15), perché Egli si prende cura di noi con la forza di un padre e con la tenerezza di una madre, sempre desideroso di donarci nuova vita nello Spirito Santo». Il «testimone sommo»dell’amore misericordioso del Padre verso i malati «è il suo Figlio unigenito», afferma inoltre il Santo Padre, che sempre nel Messaggio domanda: «Perché questa attenzione particolare di Gesù verso i malati, al punto che essa diventa anche l’opera principale nella missione degli apostoli, mandati dal Maestro ad annunciare il Vangelo e curare gli infermi? (cfr Lc 9,2)». Una «motivazione» ci viene suggerita da un pensatore del XX secolo, che asserisce: «Il dolore isola assolutamente ed è da questo isolamento assoluto che nasce l’appello all’altro, l’invocazione all’altro». Papa Francesco asserisce poi che «quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare, a questo proposito, i numerosi ammalati che, durante questo tempo di pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco, allora,

l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza». Assieme al rimando al Vangelo, un pensiero è indirizzato, inevitabilmente, anche agli operatori sanitari, a cui il Pontefice si rivolge con affetto, elogiando fraternamente «il servizio accanto ai malati, svolto con amore e competenza», che «trascende i limiti della professione per diventare una missione». Infine, un riferimento e una benedizione ai «progressi che la scienza medica ha compiuto soprattutto in questi ultimi tempi; le nuove tecnologie hanno permesso di approntare percorsi terapeutici che sono di grande beneficio per i malati; la ricerca continua a dare il suo prezioso contributo per sconfiggere patologie antiche e nuove; la medicina riabilitativa ha sviluppato notevolmente le sue conoscenze e le sue competenze. Tutto questo, però, non deve mai far dimenticare la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e le sue fragilità. Il malato è sempre più importante della sua malattia, e per questo ogni approccio terapeutico non può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue ansie, delle sue paure».

 

Uno “sguardo” ai luoghi di cura e al servizio pastorale

La Giornata Mondiale del Malato – si legge ancora nel testo – rappresenta una «occasione propizia» anche per «porre la nostra attenzione sui luoghi di cura». Papa Bergoglio approfondisce questo passaggio attraverso quel particolare “sguardo” verso gli ultimi che, da sempre, lo contraddistingue: «La misericordia verso i malati, nel corso dei secoli, ha portato la comunità cristiana ad aprire innumerevoli “locande del buon samaritano”, nelle quali potessero essere accolti e curati malati di ogni genere, soprattutto coloro che non trovavano risposta alla loro domanda di salute o per indigenza o per l’esclusione sociale o per le difficoltà di cura di alcune patologie. A farne le spese, in queste situazioni, sono soprattutto i bambini, gli anziani e le persone più fragili. Misericordiosi come il Padre, tanti missionari hanno accompagnato l’annuncio del Vangelo con la costruzione di ospedali, dispensari e luoghi di cura. Sono opere preziose mediante le quali la carità cristiana ha preso forma e l’amore di Cristo, testimoniato dai suoi discepoli, è diventato più credibile». Non manca, inoltre, un accenno «alle popolazioni delle zone più povere del pianeta, dove a volte occorre percorrere lunghe distanze per trovare centri di cura che, seppur con risorse limitate, offrono quanto è disponibile. La strada è ancora lunga e in alcuni Paesi ricevere cure adeguate rimane un lusso. Lo attesta ad esempio la scarsa disponibilità, nei Paesi più poveri, di vaccini contro il Covid-19; ma ancor di più la mancanza di cure per patologie che necessitano di medicinali ben più semplici. In questo contesto desidero riaffermare l’importanza delle istituzioni sanitarie cattoliche: esse sono un tesoro prezioso da custodire e sostenere; la loro presenza ha contraddistinto la storia della Chiesa per la prossimità ai malati più poveri e alle situazioni più dimenticate. Quanti fondatori di famiglie religiose hanno saputo ascoltare il grido di fratelli e sorelle privi di accesso alle cure o curati malamente e si sono prodigati al loro servizio!». Nella parte conclusiva del Messaggio, infine, un plauso anche alla pastorale della salute, che «nel cammino di questi trent’anni ha visto sempre più riconosciuto il suo indispensabile servizio. Se la peggiore discriminazione di cui soffrono i poveri – e i malati sono poveri di salute – è la mancanza di attenzione spirituale, non possiamo tralasciare di offrire loro la vicinanza di Dio, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede». Da qui, il“mandato” della «consolazione» per tutti i malati, gli infermi e gli anziani rivolto non solo ai «ministri specificamente dedicati», ma a qualsiasi battezzato, tenendo sempre impressa nel cuore la Parola di Cristo: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36).

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