Prendersi cura: un gesto umanizzante – Ermes Ronchi

Lo scrittore p. Ermes Ronchi, ospite a una delle convocazioni nazionali del RnS, affronta il tema: “Si prese cura di lui” (Lc 10, 34b). «Gesù, colui che ci guarisce dalle malattie». «“Si prese cura di lui”: cinque sole parole, che di colpo ci proiettano al cuore delle scelte dell’uomo. Perché la più radicale alternativa nell’esistenza umana si colloca qui: vivere accolti in questo mondo da qualcuno, affidati alle sue cure; oppure essere come uno scarto, ignorato come un rifiuto, affidato solo a se stesso».  

 Ermes Ronchi 

Si prese cura di lui 

Cinque sole parole, che di colpo ci proiettano al cuore delle scelte dell’uomo. Perché non possiamo neppure cominciare a parlare delle questioni morali, anzi delle questioni umane, finché non riconosciamo di provare un sentimento di cura per qualcosa o per qualcuno. Perché la più radicale alternativa nell’esistenza umana, la discriminante della vita si colloca qui: vivere accolti in questo mondo da qualcuno, affidati alle sue cure; oppure essere come uno scarto, ignorato come un rifiuto, affidato solo a se stesso; vivere nella “gettatezza”, dice il filosofo Martin Heidegger, come gettato via, una cartaccia a terra, affidato solo ai propri naufragi. 

Cura o gettatezza fanno l’uomo secondo il Vangelo. Noi tutti siamo diventati umani per rapporti di cura, di accudimento; ci siamo umanizzati per rapporti di fiducia, a partire dai nostri genitori. 

Si prese cura di lui. Lo sa bene, il samaritano dal cuore buono, che il suo gesto non salverà il mondo. Se curo una piaga, se asciugo lacrime, non cambio il mondo, non cambio le strutture che producono ingiustizia e inequità, ma ho inoculato l’idea che nessuna piaga è incurabile, che la fame del mondo non è invincibile, che le lacrime degli altri hanno dei diritti su di me, come li hanno su Dio, che io non tiro dritto per la mia strada, che non abbandono alla deriva chi ha fatto naufragio, che il prendersi cura è la cosa più umanizzante che posso fare, la forma più propria dell’umano. In fondo, che “Dio salva attraverso creature”, dice Romano Guardini. 

Un uomo 

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Uno dei racconti più belli al mondo. Solo diciannove righe in cui è condensato il dramma della storia umana e insieme la sua soluzione; il sangue che grida dal suolo, e improvvisamente un ginocchio che si posa a terra, lì vicino. 

Un uomo scendeva, e guai se ci fosse un aggettivo: giusto o ingiusto, ricco o povero, nordafricano o anglosassone, può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui: è l’uomo, ogni uomo! 

L’uomo di sempre: ferito, colpito, terrore e sangue, faccia a terra, che non ce la fa. L’uomo, un oceano di uomini che scendono dai barconi, che salgono su camion, bloccati alle frontiere, derubati, bombardati, naufraghi in mare, sacche di umanità insanguinata per ogni continente.  

Il mondo intero scende da Gerusalemme a Gerico. 

E anch’io non posso non passare per quella strada. Nessuno può dire: io faccio un’altra strada, io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada. Sulla medesima arca del diluvio e non ce n’è un’altra di riserva. O ci salveremo tutti o la salvezza non sarà vera. 

Un sacerdote…  

Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada. Il primo che passa è un credente, anzi un prete, che vede e passa oltre. Non saliva al tempio, per il servizio a Dio, ne scendeva: con il profumo dell’incenso sulle vesti, con negli orecchi i salmi dei pellegrini e gli occhi ancora intrisi di bellezza. In un bozzolo di religione sterile. E capisco che è detto a me, che non mi è lecito cantare il gregoriano a Dio e non prendermi cura delle piaghe dell’uomo. Che non puoi accogliere in te un’utopia bella e potente come quella di Gesù e non seminarla nel terreno ingombro di rovi, di spine, di macerie della storia. «Non puoi darti pensiero solo delle anime dei fratelli e non delle topaie in cui sono condannati a vivere, dei veleni che respirano, delle condizioni economiche e sociali che li strangolano, una religione così è sterile come la polvere» (Martin Luther King). 

Il sacerdote passa oltre, ma oltre l’uomo non c’è nulla, tantomeno Dio. C’è solo il fantasma della falsa religione, l’illusione di essere a posto perché vai in chiesa. L’appuntamento con Dio è sulla strada di Gerico. «Percorri l’uomo e arriverai a Dio», scrive sant’Agostino. E san Vincenzo de Paoli: «Se stai pregando e un povero ti chiama, lascia la preghiera e vai da lui. Il Dio che lasci è meno sicuro del Dio che trovi». 

La strada di Gerico dice che la differenza ultima non è tra cristiani ebrei o musulmani, neppure tra credenti e non credenti, ma tra chi si ferma e si prende cura, e chi invece tira dritto e abbandona uno nella gettatezza. Il secondo che passa è un levita, un inserviente del tempio, vide e passò oltre… Forse pensa: “Ma perché Dio non interviene lui con la sua onnipotenza? Perché dovrei farlo io?”. Perché la risposta di Dio al dolore del mondo sei tu. Dio si prende cura, ma attraverso la mia debolezza. Dio crea la pace, ma attraverso i suoi amici pacificati dentro che diventano pacificatori. Guarisce i malati quando tu cominci a porre le tue mani sopra di loro. “Dio salva attraverso persone”. 

Un samaritano  

Invece un samaritano, che era in viaggio, lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino. Uno straniero eretico vede, si commuove, si fa vicino. Sono termini di una carica infinita, bellissima, che grondano umanità. Non c’è umanità possibile senza la compassione, il meno sentimentale dei sentimenti, il meno zuccheroso, il più concreto. 

Si ferma e si avvicina, forse ha paura, i briganti possono essere ancora nei dintorni. Non è spontaneo fermarsi. La compassione non è un istinto, ma una conquista sotto la forza dello Spirito Santo. Forse gli fa un po’ ribrezzo quell’uomo che trema tra polvere e sangue, mentre le mosche del deserto sono già arrivate sulle piaghe. Non è spontaneo fermarsi; non attendiamo di essere attirati dagli ultimi per andare da loro. Questo non avverrà. Scrive Papa Francesco: «Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo». Che come in tutti gli ospedali incontra persone ferite, infezioni, sangue, sporco, rabbia, perfino bestemmie, ma non giudica nessuno, e si prende cura di tutti.  

L’arte del prenderci cura, la cosa più vicina all’assoluto quaggiù tra noi, è da imparare imparando le prime tre azioni del buon samaritano che vide, provò compassione, si fece vicino. Ecco: vedere, fermarsi, toccare. 

Tre verbi  

Vedere 

Ermanno Olmi, grande regista credente, dice che per vedere bene un prato bisogna inginocchiarsi e guardarlo da vicino. Da lontano è solamente un manto verde. Forse potremmo continuare all’infinito. C’è un solo modo per conoscere un povero, Dio, una città, una ferita, un fiore: inginocchiarsi e guardare da vicino. Guardare gli altri a millimetro di viso, di occhi, di voce, e non da lontano. Guardare come bambini e ascoltare come innamorati. Se vedessimo la terra, l’umanità, la nostra famiglia, la parrocchia, ogni creatura con gli occhi che accarezzano in silenzio e illuminano l’altro, senza seduzione e senza violenza, senza volontà di potere o competizione, quante cose cambierebbero! Le nostre parole nascerebbero lievi e non di pietra. 

La velocità delle cose oggi, il nostro correre più forte del ritmo del cuore, produce cecità. Non vedi, non ti accorgi. Tutti passano via, fuori dal finestrino della tua auto. In media un italiano guarda circa 100 volte al giorno il suo cellulare, e lo fa con attenzione, cercandovi il segno che qualcuno gli vuole bene, un messaggio, un appuntamento. Se imparassimo a guardare 100 volte al giorno, invece che il cellulare, le persone: mio marito, mia moglie, mio figlio, l’amico, a guardarli negli occhi, ma con quella stessa attenzione e attesa e aspettativa, quante relazioni cambierebbero… 

Fermarsi 

Fermarsi, farsi vicino: hai fatto molto per il mondo se fermi la tua corsa accanto a qualcuno, è già una dichiarazione d’amore senza parole. Fermarsi, inginocchiarsi: a millimetro di pelle, di occhi, di piaghe, non temere di sporcarsi. Donare un po’ del tuo tempo: 

– è l’arte di «commuoversi e di fermarsi davanti all’altro, tutte le volte che sia necessario» (Evangelii Gaudium, n. 169); 

– è l’arte del farsi prossimo, del togliersi i sandali davanti alla terra sacra che è l’altro, come Mosè davanti al roveto ardente (cf Es 3, 5); 

– è l’arte delle mani che si posano, si posano sopra, con il loro ritmo abbracciante, in un’epoca ferita dalla diffidenza. L’arte della carezza, perché anche «Dio perdona non con un decreto ma con una carezza» (Papa Francesco, Meditazione mattutina, Domus Sanctae Marthae, 7 aprile 2014). 

All’inizio del racconto di Marco, Gesù incontra un lebbroso che gli grida di aiutarlo. Davanti al lebbroso, al contagioso, all’impuro, al rifiutato, un cadavere che cammina, che non si deve toccare, cacciato fuori, uno scarto, e che chiede da lontano di essere guarito, Gesù prova compassione (cf Mc 1, 41), esplanchnísthe, che vuol dire: un crampo nel ventre, un morso nelle viscere, una ribellione che dice: no, non voglio, non deve soffrire.  

Toccare 

E allora che fa? Si ferma. E poi? Lo tocca. Tocca l’intoccabile. Ogni volta che Gesù si commuove, tocca. Che è parola dura e ci mette alla prova. Gesù tocca il lebbroso, e toccando ama, e amando lo guarisce. La seconda scena è in Luca (cf Lc 7, 11-17). A Nain Gesù incrocia il corteo funebre che porta alla tomba l’unico figlio di una madre vedova che piange, piange come può fare solo chi è folgorato dal dolore più atroce che esista. Gesù la vede, la vede piangere e subito prova compassione, sente questo crampo nel ventre. La compassione è quando fa piaga nel tuo cuore il dolore dell’altro. Gesù davanti al dolore prova dolore, si ferma, non passa oltre. E la sua prima parola è per la madre: «Non piangere!». Che bello il nostro Dio! L’abbiamo scelto per questo! L’abbiamo scelto per la sua umanità che gli causa dolore, un morso, un’unghiata, un graffio nel cuore davanti a quella madre. Poteva agire senza fermarsi, senza perdere tempo a parlarle, a guardarla dentro le lacrime, senza parlare con lei; fare il suo miracolo, restituirle il figlio e andarsene. Invece no, le parla, subito, dolcemente. Ha dolcezza da trasmettere. Ha bisogno di consolarla da subito, non sa aspettare: si prende cura di lei, si immerge in lei, nei suoi occhi, nella sua storia concreta. Tenerezza di un Dio che vuole asciugare ogni lacrima. E la liturgia lo vede intento a questo stesso compito fino all’ultimo giorno, quando asciugherà ogni lacrima dal volto dei suoi figli. Le lacrime dell’uomo sono il tesoro di Dio, e neppure una ne andrà perduta. Ciò che davvero si prende cura di un sofferente non sono le spiegazioni ma la condivisione; non teorie ma partecipazione. 

E poi Gesù tocca. Tocca la morte. Viola la legge, diventa impuro per amore, fa ciò che non si può: prende il ragazzo morto, lo rialza e lo dà a sua madre, in un atto di nascita. Gesù partorisce. Perché la misericordia è tutto ciò che è essenziale alla vita dell’uomo. Nei Vangeli non sta scritto che Gesù abbia accarezzato qualcuno, se non i bambini (cf Mc 10, 16; Mt 19, 15); eppure sono convinto che avesse l’arte della carezza, che abbia accarezzato qualche volto tra i discepoli, qualche volto in lacrime, qualche volto in preda alla malattia. “Carezze sacerdotali”, dice Papa Francesco riferendosi a madre Teresa di Calcutta, al suo gesto di accarezzare i malati. Vedere, fermarsi, toccare, piccoli gesti, ma la notte comincia con la prima stella, l’amore con il primo sguardo, il mondo nuovo con il primo samaritano buono. E il suo prendersi cura senza condizioni. 

Dieci verbi  

Il racconto della parabola, dopo le prime azioni, si muove rapido, mette in fila dieci verbi per descrivere l’amore: lo vide, ebbe compassione, si fece vicino, versò, fasciò, caricò, portò, si prese cura di lui, diede due denari. Fino al decimo verbo: al mio ritorno pagherò quello che avrai speso in più. Questo è il nuovo decalogo, i nuovi dieci comandamenti possibili a tutti, perché l’uomo sia promosso a uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi”, non da briganti o nemici.  

Papa Francesco sogna una vita sognatrice: sognare la vita! Insieme! Sogna una chiesa che non attende ma va incontro; sa curare le ferite e riscaldare i cuori, sa piangere e accarezzare invece di rinchiudersi nelle norme. Una chiesa che non ha nulla da difendere, ma molto da offrire. Che non si contrappone agli altri in conflitti teorici ma si immerge nelle persone. Sognando la vita insieme» (cf EG n. 20.49.74). Siamo chiamati a sognare una chiesa che sia autorevole non per la dottrina ma per la misericordia; per la quale di non negoziabile siano non i princìpi, ma solo l’uomo. Autorevole perché si abbassa, pulisce, lava, solleva come il samaritano buono, che conosce l’arte del farsi vicino. Il mondo non ha bisogno di giudici ma di samaritani. Il samaritano non parla di Dio a quell’uomo, non gli parla di cose spirituali, ma scrive sulle sue ferite con olio e vino l’alfabeto dell’amore, l’alfabeto di Dio. Il primo segno di Dio è la vita che guarisce, la gioia che ritorna. Se faremo fiorire sorrisi intorno a noi, state certi che la nostra fede è autentica.  

Gesù, colui che guarisce dalle malattie 

Gesù guaritore: i Vangeli riferiscono un fiorire di guarigioni al suo passaggio. Passa per le strade, entra nelle case e la vita fiorisce. Un dato storico indiscusso è che Gesù era un taumaturgo, un guaritore.  

Amici e nemici, perfino il re Erode, nessuno mette in discussione la sua rema kai dynamis, la sua parola potente che opera ciò che dice.  

Gesù non guarisce – questo è il suo amore senza condizioni – per creare discepoli, per avere più seguaci, ma per creare uomini ritornati alla loro pienezza, completi, compiuti, liberi. Restituiti agli abbracci della loro casa. Alcuni lo seguiranno, come Maria di Magdala; altri no: torna a casa tua e non dire niente a nessuno. E quanti scompariranno per sempre catturati dentro il gorgo della loro felicità ritrovata. 

Gesù non ama per uno scopo, amare per uno scopo non è amore vero. Gesù ama per amare. E guarisce per guarire, senza secondi fini, “perché la loro gioia sia piena”.  

Così è guaritore del male di vivere. Gesù è il guaritore del disamore. Dell’assenza di tenerezza, dell’incapacità di amare bene, di rendere felice l’amore. Quanti amori sono infelici! Giocati all’ombra dell’inganno o della violenza, senza verità. Gesù è il maestro dell’amore felice, di una vita la cui felicità si pesa sul dare e sul ricevere amore.   

La durezza  

Gesù guarisce il cuore per guarire la vita.  

La prima di tutte le malattie, quella che Gesù teme di più, quella che combatte di più è la sclerocardia, la durezza di cuore; la cardio sclerosi, il cuore di pietra, quello indurito di farisei, scribi e sacerdoti. Gesù che è sempre pieno di speranza davanti all’uomo, che vede primavere dentro i nostri inverni, che apre orizzonti, lui amico della vita, diventa triste solo davanti al cuore duro: «Si guardò intorno e rattristato per la durezza dei loro cuori…» (cf Mc 3, 5). 

«Per la durezza dei vostri cuori Mosè scrisse la legge del ripudio» (cf Mt 19, 8). Ma in principio, nel cuore di Dio, non era così. E il cuore duro dell’uomo ha dettato leggi che non sono secondo il cuore di Dio. E adesso ancora continua a impedirci di capire il Vangelo, di comprendere il sogno di Dio. Ci fa ignoranti di Dio.  

La durezza. Quella che mette il sabato prima dell’uomo, la norma prima della persona; che sente suo dovere giudicare ed escludere anziché abbracciare e includere; quella per cui non sappiamo più piangere e che ci fa burocrati delle regole e analfabeti del cuore. Gesù salva dalla durezza del cuore con una parola chiave: la tenerezza, che è poi l’unica lingua comune a ogni uomo sotto ogni cielo, detta in una pluralità di dialetti quanti sono i linguaggi umani.  

Fin dall’omelia d’inizio del pontificato (19 marzo 2013), Francesco ha affermato: «Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!». Nell’Esortazione Evangelii Gaudium parla per ben undici volte di tenerezza, di «tenerezza combattiva contro gli assalti del male» (n. 85), di «infinita tenerezza del Signore» (n. 274), di «tenerezza» come «virtù dei forti» (n. 288), di «forza rivoluzionaria della tenerezza» (ibid.), forza attiva e pratica, non solo un sentimento o un’emozione ma una virtus nel senso latino, una forza che struttura la vita. Arriva a scrivere che «il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza» (n. 88). Perché questa insistenza sulla tenerezza? Per guarire il cuore dalla prima malattia, la durezza; perché la vita è un duro mestiere, perché i rapporti oggi si sono fatti duri, anaffettivi, calano continue brinate sui sentimenti.  

Nel fazzoletto di terra che abitiamo, anche noi possiamo essere il racconto della tenerezza di Dio, della sua combattiva tenerezza (cf EG nn. 85.88), espressione che suona quasi come una contraddizione. La combattiva tenerezza è tenerezza di madre, che si prende cura con l’atteggiamento rasserenante e rigenerante che ha l’amore, mai violento. Combattiva però, come lo sono la fame e la sete di giustizia, che non si placano a basso prezzo, che non si arrendono allo spirito cattivo della sconfitta. Dio combatte, ogni mattina, per far fiorire il mondo con la tenerezza di una madre che ha cura di non far male a nessuno. Tenerezza implica mettere al centro non un sistema di nozioni, ma il volto dell’altro, la sua presenza fisica che interpella, la carne con il suo dolore e con la sua gioia contagiosa, come fa Gesù a Nain.  

Cosa risolve la tenerezza? Dentro il terrorismo di Isis o Al Qaeda? Dentro i drammi dei terremoti o degli uragani, del malato di cancro? La tenerezza non si arrende e riaccende il motore del mondo, lo fa ripartire in sinergia con Dio, in sinergia con lo Spirito, ma con l’inversione di rotta del vascello che se continua così va diritto sugli scogli. «Amatevi altrimenti vi distruggerete» (cf Gal 5, 13-15). È tutto qui il Vangelo, ma è la rivoluzione. 

La piccolezza del cuore  

C’è una seconda malattia dalla quale Gesù vuole guarirci; la piccolezza del cuore. Nella lingua biblica ebraica “salvare” si dice ioshua. “Gesù che salva” si dice Jeshuà joshuà, cambia solo una vocale. La radice del verbo salvare è ish, che significa dilatare, allargare, fare spazio. Salvezza equivale a espansione del vivere. Credere è pensare in grande, sentire in grande, dilatare il cuore. “Vi farò pescatori di uomini”: li tirerete fuori da dove credono di vivere e non vivono e mostrerete loro che sono fatti per un altro respiro, un altro sole, un altro cielo. Seguendo questa etimologia, l’opposto della salvezza è il peccato, che non è un problema di morale, ma è l’atrofia del vivere, il rimpicciolimento del cuore, la meschinità, è pensare in piccolo. «Il cuore è come un sacco», scrive sant’Agostino. Se dentro il sacco non metti niente, è ripiegato su se stesso, piccolo, raggrinzito. Invece, più oggetti metti dentro, e più il sacco diventa grande, si dilata. Più oggetti d’amore offri al tuo cuore, più questo cresce, è sano e ampio e forte. E felice. Peccato è quando in te non c’è posto per nessuno, sacco afflosciato, non c’è spazio né per Dio né per gli amici, né per i poveri né per madre terra né per i sogni. Dice il mistico Rumi: «Cosa fai quando credi? Tu tendi ad aprire il cuore». «La religione è in fondo dilatazione» (Vannucci). Se tu vivi la fede senza relazioni con gli altri, senza cura di qualcuno, puoi anche non avere commesso peccati, ma sei in una condizione di peccato. Perché non possiamo neppure cominciare a parlare delle questioni morali, anzi della questione dell’uomo, finché non riconosciamo di provare un sentimento di cura per qualcuno su questa terra, sotto questo sole.  

Il cuore guarito trasmette la gioia di credere, una fede felice. Perché credere fa bene: credere è acquisire bellezza del vivere, che è bello vivere, amare, lavorare, generare, servire e godere perché tutto ha un senso, perché questo senso è positivo, perché questo senso positivo durerà per sempre nell’abbraccio di Dio. Non è la bontà la caratteristica del santo. La caratteristica dei santi è di essere persone felici; emanano un’aura di gioia, li riconoscete da quello. Hanno luce negli occhi e hanno una bellezza che viene dal cuore guarito, dall’essere diventati amici della vita. 

La malattia delle maschere 

Una terza malattia è la malattia delle maschere. Spesso noi, come gli adolescenti, abbiamo una faccia in casa e un’altra faccia con gli amici fuori. Una faccia con i nostri familiari, un’altra con i superiori, un’altra ancora con i colleghi. Abbiamo un archivio di maschere perché non siamo liberi, e non siamo liberi perché abbiamo paura. Dei giudizi prima di tutto: degli altri e del nostro, e forse di Dio. Essere liberi da due cose: da maschere e da paure, da cortigianeria e da ipocrisia. Avere una faccia sola e non avere paura, questo mi basterebbe per essere un uomo vero, per essere guarito.  

Per liberarci dalla paura dei giudizi, ricordiamo che non siamo al mondo per essere perfetti, ma per essere veri. Non siamo cristiani per essere immacolati, ma incamminati. Noi e gli altri.  

«Non ci viene chiesto di essere immacolati, ma piuttosto che siamo sempre in crescita, con il desiderio profondo di progredire nella via del Vangelo» (EG n. 151). Non siamo qui per essere perfetti, ma in viaggio e mai arresi cercatori del nome di Dio. 

Mi ha toccato il cuore questa feritoia che vedo aprirsi su di una stagione nuova della spiritualità. Anziché l’ideale della «vita perfetta», Francesco prospetta «cammini e processi di crescita» (EG n. 169), invece dell’ansia per la vetta lontana della perfezione, e forse irraggiungibile, sottolinea la gioia di un primo passo. Un piccolo passo in avanti, un piccolo frutto imperfetto, un primo passo è sempre possibile, anche nelle situazioni più complicate e più disperate.  

Neanche gli altri, neanche i miei fratelli sono al mondo per essere perfetti. E allora – minsegna la guarigione di questa terza malattia –: sii indulgente con gli altri e sii indulgente anche con te stesso. 

 Tre verbi  

Ci sono nella vita, nell’esistenza quotidiana tre verbi malefici, maledetti, che sono: avere, salire, comandare. Tre verbi che alimentano le passioni tristi. 

  • Avere: prendere, accumulare, io ho, conto e riconto, io esisto perché ho. 
  • Salire: cercare i primi posti, lo scranno più alto, essere sopra gli altri, che è la massima distanza che puoi avere da un altro. 
  • Comandare: i potenti delle nazioni comandano e si impongono. 

Tra voi non sia così. Perché il piacere che dà il comandare è il più malato, il più diabolico, cioè divisivo. A essi Gesù oppone tre verbi benedetti, guaritori: dare, scendere, servire, come il samaritano. 

  • Dare: nel Vangelo il verbo amare si esprime sempre con un altro verbo fattivo, di mani, concreto, dare: non c’è amore più grande che dare la propria vita; ha tanto amato il mondo da dare suo figlio… Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo dato via. È davvero nostro solo ciò che abbiamo perduto per qualcuno. 
  • Scendere: il samaritano scese da cavallo e si fece vicino. L’arte della prossimità…. 
  • Servire: Gesù ci dà l’autodefinizione più travolgente quando ci dice: «Sono venuto per servire» (cf Mt 20, 28); Gesù ci dà un appuntamento, un giovedì al tramonto, inginocchiato ai piedi dei discepoli.  

Chi è Dio? Il tuo lavapiedi. In ginocchio davanti a me. Le sue mani sui miei piedi. Davvero, come a Pietro, ci viene da dire: ma no, non fare così. Rabbi, è bello con te, davvero, ma questo è troppo. E Lui: sono come il servo che ti aspetta, e al tuo ritorno ti lava i piedi. Ha ragione san Paolo: il cristianesimo è scandalo e follia (cf 1 Cor 1, 23). E io, nella vita, di fronte all’uomo che atteggiamento ho? Sono il lavapiedi dell’uomo? Allora l’umanità comincerebbe a guarire!  

Ve la immaginate un’umanità dove ognuno corre, pronto, ai piedi dell’altro? Dove ognuno s’inchina davanti al Roveto ardente che è ogni persona abitata da Dio? E si prende cura? Dare, scendere, servire. Tre passi di guarigione. Tre passi di Vangelo per camminare verso la vita buona bella e beata, per vivere meglio. Se fai così sei felice, è guarito il cuore. 

Imporre le mani  

«Nel mio nome imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (cf Mc 16, 17-18). Questa è l’ultima straordinaria eredità che, secondo il Vangelo di Marco, ci ha lasciato Gesù. Ma il Vangelo letteralmente non dice che guariranno, ma che ne avranno del bene, che questo sarà bello per loro (kalon exousin). Se ti avvicini a chi soffre e tocchi, con occhi che accarezzano, la sua solitudine, forse non guarirà, ma certamente ne avrà bene, certamente questo sarà bello per lui. Certamente sarà diventato più uomo. 

Capacità straordinaria della fede: far stare bene gli altri, dare un luogo di protezione e di riparo alle persone; ascoltarle, consolarle, incoraggiarle, prendersi cura della loro felicità, guarirle nella loro umanità. Porre le tue mani sopra come una carezza, per comunicare agli altri la certezza di essere accolti, così come sono, per quello che sono, con tutta intera la loro esistenza. Il lebbroso comincia a guarire quando Francesco lo abbraccia; ritorna uomo, uomo pieno quando Francesco gli impone non solo le mani, ma l’abbraccio, il corpo a corpo. E allora nessuna catena, nessuna paura, nessuna durezza potrà davvero resistere alla sinergia tra il tuo cuore guarito e lo Spirito che lo riempie. 

Conclusione  

Il dottore della Legge aveva posto a Gesù una prima bellissima domanda che provoca il racconto della parabola: «Cosa devo fare per avere la vita? Come faccio a essere uomo?». La risposta è in un verbo: «Tu amerai», e in questo racconto è racchiusa la sorte del mondo e il destino di ciascuno.  

«Chi è il mio prossimo?», era la seconda domanda. Gesù a questo ha già risposto. Ma ora aggiunge: «Domandati chi di questi tre ha fatto il prossimo. E anche tu fa’ così», anche tu diventa samaritano, abbi compassione, fatti vicino, prenditi cura, senza condizioni. E troverai la vita.  

Quell’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, è stato (mi si passi l’espressione) un uomo fortunato. Perché l’esperienza di essere stato amato gratuitamente, anche una sola volta nella vita, salva la tua vita dal non significare niente per nessuno, dall’essere una vita gettata via! È come un trascinamento in avanti, un contagio luminoso, un vento di fiducia che un mondo nuovo è possibile, che si può vivere meglio per tutti. E Gesù ne conosceva il segreto. Il Vangelo ne possiede la chiave. Cosa devo fare per essere vivo, Signore? Tutto il nostro futuro è racchiuso in un verbo: Amerai il tuo Dio, i tuoi samaritani e ogni viandante ferito. 

Tu amerai: un verbo al futuro perché amare è azione mai conclusa, che durerà quanto durerà il tempo, perché è un progetto, l’unico, e mai del tutto realizzato. Un verbo al futuro non all’imperativo, perché amare non è un obbligo, ma una necessità per vivere e per guarire.  

Cosa devo fare domani, Signore, per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà e poi dopo, il mio futuro? Tu amerai. E l’umanità, il nostro destino, la nostra storia? Solo questo: l’uomo amerà. Al centro del messaggio di Gesù una parabola, e al centro della parabola un uomo. E un verbo: tu amerai. E lo Spirito è l’amore in ogni amore. Lo Spirito, che è l’effusione ardente d’amore del Padre e del Figlio, ci aiuterà a vivere questo verbo. 

Va’ e anche tu fa lo stesso. Fai così e troverai la vita.  

O Gesù, buon Samaritano della mia vita, 

ti sei fatto vicino, ti sei immerso e perduto in me, 

resta qui, Amico e Signore, quando scende il dolore e le ombre si mettono in via. 

Stammi vicino, Amico della vita, 

quando girano con fatica le ruote del cuore. 

Spalanca questi amori senza respiro, 

liberami dall’indifferenza, utero gravido del male, 

manda profeti a ripetere: 

guarisci altri e guarirà la tua ferita 

illumina altri e ti illuminerai. 

Che le mie ferite diventino feritoie di compassione 

che come Te io provi dolore per il dolore del mondo.  

E Ti ringrazio, Signore, per i cento, i mille samaritani 

che hai messo sulla mia strada. 

Non li dimentico, ho davanti i loro volti di luce. 

Benedicili e mettili ancora sul mio cammino, 

perché impari da Te e da loro 

che vivere è amare, e più amo più sono vivo, 

più mi abbasso verso chi è a terra 

più mi sollevano mani di samaritani buoni. 

E nelle loro mani, mio Signore, ci sono le tue mani. Amen  

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