Ripartire sempre, come Giuseppe

Lo sposo di Maria decide di non scappare davanti alla sua storia. È l’uomo che ci insegna a ripartire dalle nostre fragilità con la forza che solo Dio sa donare. Ecco la terza puntata del percorso dedicato ai giovani sulla figura di san Giuseppe. 

Il tempo di permanenza del navigatore su una pagina di internet si abbassa sempre di più. Si clicca, si legge e si passa dopo poche decine di secondi a un altro contenuto. Tutto fugge via in fretta. Riprendiamo un percorso iniziato tempo fa sulla figura di san Giuseppe rileggendo le parole di Papa Francesco nella sua Lettera apostolica “Patris corde”, dedicata proprio alla figura dello sposo di Maria. 

Emerge subito una cosa, cioè che non si tratta di un personaggio di contorno: se c’era o non c’era, sarebbe stata la stessa cosa… Tutt’altro. Giuseppe si ritrova al centro dell’avvenimento più grande della storia, chiamato ad accogliere dalla ragazza che ama un figlio non suo, opera – dice Maria – dello Spirito Santo.


Inseriti in una storia che non scegliamo

Tutti noi ci ritroviamo, al momento della nostra nascita, inseriti in una storia che non abbiamo scelto. Genitori con un cammino alle spalle, con i loro sogni e le loro delusioni, fratelli o sorelle. Oppure nessun attorno a noi, il DNA che ci viene trasmesso, le risorse economiche della famiglia, il luogo in cui si nasce… Se prima di venire alla luce, un bambino dovesse analizzare tutte queste variabili, forse non deciderebbe mai di nascere. La storia ideale non esiste e Giuseppe lo dimostra.

Aveva coltivato il suo sogno di amore che si sarebbe compiuto in quel matrimonio per il quale nell’Israele di allora si organizzava almeno una settimana di festa con parenti e amici, in cui, come a Cana, scorrevano fiumi di vino e di allegria. E invece giunge la sorpresa di una gravidanza inattesa, della nascita del figlio in condizioni non ottimali tra un asino e un bue, della quasi immediata fuga in Egitto per preservare tutti e tre dalle minacce violente di Erode.


Un uomo pronto a tutto

Giuseppe si rivela una garanzia, un uomo pronto a tutto, che non si sottrae alla sua missione. Ed ecco il punto: capisce di dover fare i conti con la propria storia. Dio, attraverso l’angelo nel sogno, lo va a pescare e lo invita a non tagliare la corda, a tuffarsi fiducioso in quella storia, a non sottrarsi alla sua chiamata, a ciò che Dio stesso gli sta chiedendo. Non sarebbe stato abbandonato. Per questo – scrive Papa Francesco – è un “Padre amato”. La sua figura, a motivo dello stesso nome, richiama il patriarca Giuseppe, figlio di Giacobbe, divenuto primo ministro del faraone grazie alla capacità, che Dio gli dona, di interpretarne i sogni e di fare scelte oculate nella gestione delle risorse dello Stato. Il Giuseppe egiziano non tradisce Dio, non scappa, rimane fedele anche quando potrebbe vendicarsi dei suoi fratelli o approfittare della moglie di Potifar, il capo delle guardie del re, che si era innamorata di lui. 


Dio entra con Giuseppe nella prigione

Dio – la Sapienza – in Egitto «scese con lui nella prigione, non lo abbandonò mentre era in catene, finché gli procurò uno scettro regale e l’autorità su coloro che dominavano sopra di lui; mostrò che i suoi accusatori erano bugiardi e gli diede una gloria eterna». Lo scrive il Libro della Sapienza al capitolo 10. Francesco cita le parole “Ite ad Ioseph”, “Andate da Giuseppe”, che il faraone pronuncia con fiducia quando si trova a dover fronteggiare gli anni dell’annunciata carestia. Grazie al suo saggio primo ministro ha potuto mettere da parte le risorse per dare pane al suo popolo.

Per noi che cosa può significare questo “non scappare”, restare fedeli alla nostra storia, fidarci di Dio? Mentre leggiamo la storia di Giuseppe, in quali meandri nascosti ci accorgiamo di trovarci? Solo se siamo coscienti di questo, possiamo guardare avanti con serenità e camminare in piedi, altrimenti qualcosa in noi ci schiaccerà verso il basso, ci spingerà ad accontentarci, a cercare dei surrogati e a ritrovarci a dipendere da qualcosa.


Giudicarsi male

Una dipendenza scatta quando in noi c’è un giudizio negativo su noi stessi, sulla nostra fragilità; non l’accettiamo, ci odiamo, ci vorremmo diversi. Il maligno – fa notare il Papa – inizia a fare il lavoro in cui è specializzato: suscitare in noi una forma di auto-disprezzo che poi riversiamo inevitabilmente sugli altri. Ci vanno di mezzo, di solito, i più piccoli, i più vicini, chi non si può difendere.

Ci è stato ripetuto mille volte, dalla crisi finanziaria che si è scatenata nel mondo dal 2007-2008 alla più recente pandemia: guarda una difficoltà come un’occasione per cambiare, per innovare, per dare spazio alla creatività, e non come a un masso che ti chiude il cammino. Per fare questo, però, occorre avere un’energia interiore, una stima di sé, una convinzione che una strada passa anche per di lì, proprio nel punto in cui noi vorremmo fuggire. Solo Dio può darci questa forza. Lui che quando crea il mondo “vide che era cosa buona”, e quando crea l’uomo e la donna, “vide che era cosa molto buona”. Questo suo sguardo positivo sulle cose, questo suo essere come un “padre che solleva un bimbo alla sua guancia”, questo amore di grande tenerezza è il gesto di ogni nuovo inizio in noi.


Accettare la fragilità

Questo abbracciare la nostra storia, la nostra fragilità, è lo stesso atteggiamento di Cristo che abbraccia la sua croce nel cammino della Passione. Quella sua strada, che sembra finire in una morte dura e impietosa, è invece, per chi crede, la via che apre strade nuove, che ci fa sperimentare la risurrezione.

Giuseppe ci è padre in ogni nostra storia per essere come lui capaci di riconoscere il Padre che ci ama e ci permette di amare.


Giuseppe, padre amato

La grandezza di san Giuseppe consiste nel fatto che egli fu lo sposo di Maria e il padre di Gesù. In quanto tale, “si pose al servizio dell’intero disegno salvifico”, come afferma san Giovanni Crisostomo.

San Paolo VI osserva in un’omelia del 1966 che la sua paternità si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro». […] Per questo suo ruolo nella storia della salvezza, san Giuseppe è un padre che è stato sempre amato dal popolo cristiano.

[…] La fiducia del popolo in san Giuseppe è riassunta nell’espressione “Ite ad Ioseph”, che fa riferimento al tempo di carestia in Egitto quando la gente chiedeva il pane al faraone ed egli rispondeva: «Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà (Gen 41, 55)». Si trattava di Giuseppe figlio di Giacobbe, che fu venduto per invidia dai fratelli e che – stando alla narrazione biblica – successivamente divenne vice-re dell’Egitto.


Giuseppe, padre nella tenerezza

Giuseppe vide crescere Gesù giorno dopo giorno «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52). Come il Signore fece con Israele, così egli «gli ha insegnato a camminare, tenendolo per mano: era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare» (cf Os 11, 3-4). […]

Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cf Ap 12, 10). 

Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel sacramento della riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci. Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona.

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