Il carisma profetico nel cuore della storia – Augusto Drago

«Non sono venuto in veste di maestro, ma desidero essere, come diceva a suo tempo Paolo alla comunità di Corinto, solo “servo e collaboratore della vostra gioia perché nella fede già siete saldi” (cf 2 Cor 1, 24)». Ha esordito così p. Augusto Drago, anziano del RnS e fondatore della Comunità Adveniat di Santa Maria in Arce, rivolgendosi all’assemblea degli animatori riuniti a Rimini. Questo il tema della sua relazione: «Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnante dallo Spirito» (1 Cor 2, 13).
Augusto Drago

Uomini dello Spirito

Rivolgendosi ai battezzati come a «bambini appena nati», l’apostolo Pietro scrive: «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1 Pt 2, 4-5. 9).

Per il Santo Padre Giovanni Paolo II, che per altro si muove sulla scia del Concilio vaticano II nella Lumen Gentium al n. 10, le parole di Pietro sono poste come fondamento del triplice munus o ufficio che ogni battezzato riceve già nel momento del battesimo, quello regale, quello sacerdotale e quello profetico. Quando il Papa, poi, parla esplicitamente del munus profetico nel sesto paragrafo della Lettera post sinodale Christififeles laici al n. 14, scrive: «La partecipazione all’ufficio profetico di Cristo il quale, sia con la testimonianza della vita sia con la virtù della parola ha proclamato il regno del Padre, abilita, impegna i fedeli laici ad accogliere nella fede il Vangelo e ad annunciarlo con la parola e con le opere, non esitando a denunciare coraggiosamente il male». E quindi il Papa tocca un punto nodale del vivere l’ufficio profetico. I grandi profeti della storia della salvezza non erano semplicemente tali perché annunziavano il futuro, ma soprattutto erano tali perché sapevano infondere la luce della parola di Dio nella attualità sociale, politica, culturale del tempo in cui questa attualità sociale, culturale, politica si allontanava dalla volontà di Dio. Mettevano in guardia, erano uomini della storia, essendo uomini dello Spirito. Questo in pratica significa vivere il munus profetico: essere uomini della storia proprio perché siamo uomini dello Spirito.

È come se lo Spirito ci gettasse dentro il cuore della storia per dire il bene e per dire anche il male di questa storia, per denunciarlo coraggiosamente. È importante allora recuperare il senso del munus profeticum soprattutto per noi che abbiamo ricevuto in modo straordinario il dono dello Spirito e viviamo del dono dello Spirito. È importante recuperarlo perché il male ha fatto potentemente irruzione oggi nel mondo, e c’è bisogno di innalzare una barriera: non ponendo delle difese intorno alla cittadella di Dio che è la Chiesa, ma denunziando il male, dicendo che il male è male e va contro Dio e la sua Parola. Il bene vincerà solo se recupereremo questo coraggio alla luce della parola di Dio. È bello quindi riflettere sulla missione che nasce dal nostro essere profeti per continuare a vivere in essa per l’avvento del regno di Dio.

In virtù del battesimo

Qual è la fonte del nostro munus profetico? Certamente il battesimo. Nel testo liturgico del sacramento del battesimo, il battezzato dopo aver ricevuto il lavacro nell’acqua viene unto con il santo crisma; il crisma è l’olio profumato, e i profumi dell’olio stanno a indicare l’effusione dei carismi che rendono bella la Chiesa e la nostra esperienza della Chiesa, sono il simbolo della ricchezza dei doni dello Spirito. Con la santa unzione del crisma, il battezzato viene chiamato “crismato”, cioè diviene Cristo. Anche Gesù è un “crismato”, il santo crisma è lo Spirito che scende su di lui, e poiché lo Spirito Santo è sceso anche in noi nel giorno del battesimo, noi costituiamo un’unica cosa con Cristo e ne accogliamo anche il munus profetico oltre che quello regale e quello sacerdotale. Quindi siamo Cristo, con Cristo, come Cristo, alla cui vita e al cui ufficio veniamo totalmente assimilati. L’ufficio profetico non è dunque un dono aggiunto, ma nativo di ogni cristiano in virtù di quella unzione spirituale che già Giovanni, nella prima Lettera, identifica esattamente con il dono dello Spirito (cf 1 Gv 5, 6).

Nella liturgia del battesimo il ministro, dopo l’unzione con il santo crisma, compie alcuni gesti simbolici. Prima di tutto consegna la veste bianca, poi il cero, e infine compie il rito cosiddetto dell’effatà, toccando il pollice della mano destra le orecchie e le mani del battezzato, lo stesso gesto compiuto da Gesù nel racconto marciano della guarigione del sordomuto (cf Mc 7, 32-37). Il sacerdote, o il ministro del battesimo, nel compiere questo rito prega utilizzando la seguente formula: «Il Signore Gesù che fece udire i sordi e parlare i muti ti conceda di ascoltare presto la sua Parola e di professare la tua fede a lode e gloria del Padre».

Dunque nel battesimo lo Spirito ci ha aperto le orecchie per ascoltare la Parola e ci ha aperto la bocca per poterla proclamare. Questa conclusione non è scontata fino in fondo. La Parola, anzitutto, va ascoltata. Se io mi fermassi a leggere semplicemente la Parola scritta, farei venire meno qualcosa di essenziale alla Parola stessa. Se io mi limitassi a leggere il testo biblico, perfino a impararlo a memoria, avrei la scienza ma non il cuore della Scrittura. Avrei la conoscenza intellettuale della parola di Dio, ma non un cuore da cui attingere per professarla, per ripeterla con la bocca che è stata aperta dallo Spirito. I veri profeti hanno parlato perché è stato lo Spirito ad aprire le loro labbra per pronunciare le parole che lo Spirito stesso aveva messo loro nel cuore. Quando io leggo la Bibbia, dunque, devo prendere le parole e per così dire conservarle nel serbatoio del cuore come faceva Maria, segno profetico della Chiesa. Non parla molto Maria, ma ascolta, e in questo ascolto diventa icona del munus profeticum; Maria è veramente la profetessa del ministero della Chiesa, la profetessa dei misteri di Dio, lei che non ha fatto grandi discorsi, semplicemente ha vissuto in atteggiamento di ascolto, preghiera, contemplazione. Perciò il primo passo per potere accrescere il munus profeticum è trasportare la parola scritta dentro il nostro cuore, un lavoro che non possiamo fare da soli, perché la parola di Dio va letta con lo stesso Spirito mediante il quale è stata anche scritta.

L’interpretazione della Parola

Il testo paolino che è tema della nostra meditazione, recita: «Di queste cose noi parliamo, con parole non suggerite dalla sapienza umana, bensì insegnate dallo Spirito» (1 Cor 2, 13). Il passo, nella sua estrema brevità, ci indica come esercitare il carisma profetico nel cuore di questa umanità. È chiaro però che dobbiamo fare l’operazione di cui ho parlato: dal testo scritto arrivare al testo che viene riscritto dallo Spirito Santo nel nostro cuore. Procedendo con una specie di scrutatio di questa Parola, viene spontaneo chiedersi quali siano «queste cose» di cui noi dobbiamo parlare in virtù del munus profeticum.

Per rispondere all’interrogativo dobbiamo cercare nel contesto in cui è scritta o è pronunciata la frase sopra citata. Il contesto è duplice: immediato e remoto.

Il contesto remoto: nella Prima lettera ai Corinzi si legge: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”» (1, 10-12).

Non dovette essere certamente tanto facile per Paolo comprendere fino in fondo la comunità di Corinto, perché egli veniva da un’altra cultura, quella del rapporto comunitario con Dio. Tale era infatti – e del resto è ancora oggi – la cultura ebraica, come si evince dai libri dell’Antico Testamento, da cui il Nuovo ha attinto in pienezza, alla luce dello Spirito, la novità dell’ecclesialità, della Chiesa. Paolo dunque aveva la cultura della comunità; ma ancora di più aveva la cultura di una Parola, la parola di Dio, che non poteva essere interpretata individualmente, ermeneuticizzata per così dire, cioè spiegata a livello individuale secondo la bellezza, l’eleganza, ma andava letta dentro la comunità, una comunità che crede. Non era così a Corinto. I Corinzi erano dei greci, e quindi eredi di una cultura che per sua natura era di tipo individualistico: ognuno leggeva, interpretava gli scritti della filosofia antica dentro una propria visione personale. E succedeva, di conseguenza, che si formavano dei gruppi non solo all’interno della stessa comunità sociale e politica, ma anche all’interno dell’Ecclesia. Gruppi che pensavano, leggendo i testi, in maniera diversa: e questo per loro non era divisione, ma solo diversità di interpretazione.

Dalla sinagoga alla Chiesa

Quando arriva Paolo con la sua cultura, trova un mondo che lo sfida. Ciò che prima era la sinagoga adesso per lui è diventata la Chiesa, e Paolo stesso è servo, ministro della comunità, dell’Ecclesia, nella quale e per la quale annuncia la parola di Dio. È nella forza della Parola che lui fonda le varie comunità, e decide che queste comunità per loro natura siano unite attorno al mistero della Parola che si svela in Gesù Cristo, che è Gesù Cristo. Per questo allora tra Paolo e i Corinzi c’era una grande difficoltà a comprendersi. Perciò, dopo averla fondata, Paolo deve subito scontrarsi con i vari gruppi che si erano composti all’interno della comunità cristiana medesima intorno a predicatori diversi, apprezzati per la loro forbita oratoria; lui che non sapeva poi tanto parlare, non aveva proprio per questo un gran seguito. Gli apostoli, i predicatori del Vangelo, nella mentalità dei Corinzi venivano considerati dunque non come portatori di una parola di salvezza ma come dei mistagoghi, dei retori che annunziavano parole belle, significative; e tanto più belle, più fluenti, più eleganti erano le parole, tanto più erano queste parole portatrici di una salvezza. Per cui i Corinzi finivano per identificare la salvezza con la cultura, e coloro che portavano questo tipo di cultura diventavano maestri. C’era inoltre un altro problema: la religiosità greca si era nel frattempo frantumata e si erano diffusi i cosiddetti culti misterici. Nel culto misterico c’era il maestro, il mistagogo che iniziava alla dottrina un adepto, poi lo consacrava, con un rito, a una particolare divinità, e sosteneva che in quel momento l’adepto veniva invaso totalmente dalla divinità a cui era consacrato. Questa “invasione” dai Corinzi era paragonata a quanto avviene nel battesimo. Di conseguenza chi battezzava era assimilato al mistagogo, mentre il battezzato veniva assimilato all’adepto e, come l’adepto, dipendeva dal battezzatore-mistagogo, diventava quasi un suo possesso. Del resto il mistagogo ne era ben lieto. È per questo che Paolo a un certo momento dice: «Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo» (1 Cor 1, 14-17a).

Nel Vangelo la risposta

Certamente oggi noi chiameremmo questo tipo di sapienza, sapienza gnostica, infatti c’era molto di gnosticismo in questa mentalità greca. Ebbene rigorosamente, fortemente, Paolo davanti a questa sapienza dei Corinzi, seguendo la quale si pensava di possedere la salvezza per cui non c’era altra salvezza da attendersi, pone la sapienza di Dio che trova il suo fulcro di manifestazione nel mistero della croce. Difatti nella Prima lettera ai Corinzi al capitolo primo, versetto 18, Paolo dice che la croce è logos, una parola, anzi la Parola, la parola in cui Dio manifesta tutta la sua potenza salvifica. Logos significa anche rivelazione, e qui il termine “croce” per Paolo non sta a indicare semplicemente lo strumento con cui Gesù è morto, ma il modo di agire di Dio nella storia e attraverso la storia. L’agire di Dio è assolutamente opposto alla gnosi corintiaca, per questo i Corinzi pensavano che Paolo fosse un pazzo. Eppure Dio salverà l’umanità mediante la croce. Quindi Paolo contrappone con vigore alla mentalità filosofica gnostica dei Corinzi, il Vangelo. È un Vangelo che manifesta un altro tipo di sapienza: quella di Dio che dona la salvezza presentandola in maniera scandalizzante. Perciò non dobbiamo avere paura di scandalizzare il mondo con la nostra parola di verità improntata al mistero della croce. Che si scandalizzi pure il mondo! Diceva il teologo Von Balthasar che quando si dovesse verificare che la Chiesa non sia più perseguitata, vorrebbe dire che si è allineata alla mentalità di questo mondo. Quindi la persecuzione fa parte del mistero della Chiesa e fa parte del munus profeticum, perché annunziamo qualcosa che nuoce, che fa male, che mette in discussione la sapienza del mondo, la sapienza gnostica che mai assolutamente vorrebbe essere messa in crisi. Ecco perché oggi la nostra società è ammalata di cristofobia ed ecclesiofobia; anzi, più di ecclesiofobia che di cristofobia, perché si è convinti che eliminando la Chiesa, delegittimandola, si eliminerebbe, si delegittimerebbe Cristo Gesù predicato dalla Chiesa.

Quel Cristo visto come un impedimento a far crescere nel mondo la nostra logica umana, una logica che in realtà uccide l’uomo, non gli dona la vita. La conoscenza corintiaca portava anche a un tipo di autosufficienza. Noi per esperienza conosciamo che l’autosufficienza, a qualunque livello noi la viviamo – sociale, politico, culturale, religioso – non porta a nulla se non alla solitudine dell’uomo, alla distruzione dell’uomo e dell’habitat umano, perché l’autosufficienza pone al primo posto l’io. Invece la sapienza del Vangelo dice che se qualcuno non rinnega se stesso non può essere discepolo di Cristo, quindi non può avere il titolo necessario per annunziarlo. Dunque il ragionamento di Paolo ci spinge a fare guerra all’autosufficienza e a quell’io che ancora vive, vegeta, a volte anche si fortifica, dentro di noi. E lo sguardo di Paolo, come quello di un profeta, sembra guardare oltre la situazione cristiana per proiettarsi sulla storia di oltre tre secoli della nostra cultura: tre secoli di razionalismo e di relativismo, che hanno creato i disastri di tante ideologie che si autoproclamavano salvifiche e che invece hanno rovinato tanta parte dell’umanità cercando di distruggere il disegno salvifico di Dio. Oggi che il tempo delle grandi ideologie è finito, altre forme culturali, ma della stessa matrice, si fanno potentemente avanti per distruggere Cristo e la Chiesa. Perché si ha paura di Cristo, che propone una sapienza diversa da quella di questo mondo; e si ha paura della Chiesa, che attingendo da Cristo, suo Signore e suo Sposo, minaccia questa cultura mondana.

Per avere il pensiero di Cristo

Qualche volta la paura prende anche noi, e così, per un falso irenismo, tentiamo un dialogo con il mondo, ci mettiamo in uno stato di “attendismo”, uccidendo così la speranza, quella speranza su cui propriamente si fonda il munus profeticum. Senza speranza, infatti, come potremo annunciare la parola del Signore che si compie e si compirà in un cammino dinamico dentro la storia? Dio è il Dio della pazienza: dice e poi compie, ma tra il dire e il compimento c’è la lunga attesa di cui spesso noi ci stanchiamo. In questa fase di stanca cade la vigilanza, si chiude un occhio, tante volte anche due, sulla cultura di questo mondo, e di questo essa approfitta. Per questo il profeta ha occhi di gufo, occhi sempre aperti, anche nel cuore della notte. E oggi è notte.

Il contesto immediato: sempre Paolo dice: «Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano”. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. “Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere?”. Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1 Cor 2, 6-16). Là dove “pensiero” sta a indicare tutto ciò che, salvificamente orientato, parla nel cuore, nella mente, nell’anima, nella missione stessa che il Padre ha affidato a Gesù Cristo.

Paolo si introduce dicendo anzitutto che tra i perfetti parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo. La prima domanda ovviamente è: chi sono questi perfetti? Forse un gruppo elitario all’interno della Chiesa? Un gruppo che pratica il misticismo? Un gruppo che pratica solo la preghiera elevata a Dio e si disinteressa di tutto ciò che sta attorno? No, i perfetti di cui parla Paolo sono coloro di cui al versetto 10 si dice: «a noi Dio ha rivelate per mezzo dello Spirito queste cose». Allora i perfetti sono coloro che hanno accolto quella sapienza il cui fulcro è la croce, quella croce che sta a indicare il modo di agire di Dio nella storia. I perfetti sono coloro che avendo conosciuto questa sapienza improntata al mistero della croce, vivono il loro munus profeticum esattamente come Dio agisce nella storia: attraverso la croce, che è l’antitesi della sapienza di questo mondo, ma è la luce che rivela Dio.

Quindi i perfetti sono gli uomini dello Spirito; e il cristiano per sua natura è, deve essere, avendo ricevuto il battesimo, uomo dello Spirito. Se il Signore ha suscitato il Rinnovamento nel cuore della Chiesa, è innanzitutto perché svolga questo munus profeticum: ricordare ai cristiani di essere anche loro posseduti dallo Spirito; ricordarlo a quei cristiani che hanno dimenticato il battesimo, diventato semplicemente una annotazione nel registro parrocchiale. Dobbiamo risvegliare questa consapevolezza, perché tutti i cristiani prendano coscienza che sono chiamati a diventare perfetti nel senso appena detto, come perfetti sono chiamati a essere i membri del Rinnovamento nel Rinnovamento. Se dovessimo mancare a questa vocazione, mancheremmo alla nostra, per così dire, missione fondamentale.

Di fronte al mistero

Oltre che di sapienza, Paolo parla di mistero. Perché? Nel linguaggio biblico la parola “mistero” sta a indicare sempre il piano salvifico di Dio, piano che era ed è nella mente di Dio sin dall’eternità, come si dice nella parte introduttiva della Lettera agli Efesini: «Benedetto sia Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo, egli ci ha preordinati prima della costituzione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto, nella carità, in Gesù Cristo» (cf Ef 1, 3-5). Quindi da sempre questa sapientia crucis era nella mente di Dio. C’è chi non l’ha potuta o non l’ha voluta conoscere, c’è invece chi l’ha conosciuta. Chi l’ha conosciuta siamo noi, uomini e donne dello Spirito, a cui lo Spirito stesso la comunica. Chi sono gli altri? Paolo li definisce con un termine particolare: «dominatori di questo mondo» (Ef 6, 12). Nel testo greco abbiamo la parola archontes, vale a dire principati, principi di questo mondo, e sappiamo molto bene dal Vangelo che il principe di questo mondo è satana, è il maligno!

Perché non hanno conosciuto o non hanno voluto conoscere questa sapienza, questo mistero di salvezza i dominatori di questo mondo? Perché, come avviene oggi, vedevano in Cristo e nella sua Parola un impedimento al loro espandersi nel mondo, dunque volevano eliminare Cristo. Se avessero conosciuto questa sapienza certamente non avrebbero crocefisso il Re della gloria. Perché quella croce, alla fine, è diventata lo strumento della loro sconfitta, della loro morte.

Ne consegue che solo con l’arma della croce, solo vivendo ad modum crucis, secondo la modalità della croce, noi, come allora Paolo, potremo vincere i nemici di oggi, i nemici della parola di Dio, gli arconti del tempo attuale. Questo è il munus profeticum di cui dobbiamo essere reinvestiti.

Modum crucis, principi

A questo proposito ci sono alcuni principi che ci rimandano proprio al modum crucis, alla maniera di vivere e di annunziare secondo la croce:

  • Dobbiamo restituire allo Spirito il protagonismo assoluto del ministero profetico perché lo collochi sotto il segno della croce, cioè dell’umiltà, della piccolezza, del nascondimento.
  • Lo Spirito ci ricordi ciò che è tanto facile dimenticare, cioè che il movente originario del munus profeticum è l’amore di Cristo per la salvezza dell’uomo; quindi l’amore di Cristo deve spingerci, non l’amore di noi stessi, non il desiderio di apparire, non il desiderio di avere, con la scusa di Cristo, qualcuno da dominare.
  • Lo Spirito ci aiuti a comprendere sempre più in profondità che prima di evangelizzare il mondo dobbiamo permettere a Lui di evangelizzare il nostro cuore, il nostro mondo interiore, i nostri pensieri, i nostri giudizi, la nostra parola, perché non ci si basi su discorsi improntati alla sapienza di questo mondo.
  • Lo Spirito ci ricordi sempre che il primo impegno profetico, missionario, è non tanto la preghiera quanto una vita fatta preghiera, per cui la cura della vita interiore è la più importante azione pastorale, quella che prepara la via al Vangelo.

Preghiera dal titolo: O Spirito di Dio

O Spirito di Dio, illuminaci,

facci capire con maggiore chiarezza la nostra missione,

perché il Rinnovamento possa collocarla

sotto il segno della croce;

dacci il gusto della verità,

facci capaci di fedeltà,

dacci fortezza per impiegare tutti i nostri talenti,

per spendere e se necessario consumare tutta la vita

nella missione ricevuta.

O Spirito Santo,

continua a rinnovare il Rinnovamento

da te suscitato nella Chiesa,

facci provare la gioia profonda di essere da te amati

e di poter amare con generosità,

orienta i nostri desideri e i nostri pensieri

perché non predichiamo altro se non Cristo

e questi crocifisso.

Dacci sempre la pazienza e il rispetto dell’attesa

senza voler vedere subito il risultato del nostro agire.

Ci basti solo essere servi inutili.

Amen.

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